1.
Sapienza: quale realtà?
Che cosa è la sapienza dell'uomo? Come si misura? Andare al cuore
della sapienza è sempre stato arduo e drammatico, ma lo è
soprattutto ai nostri giorni. La domanda per ragionare su questo dono
spirituale è: quale realtà noi oggi riusciamo a concepire?
Se abbiamo i piedi ben saldi a terra, diciamo che la realtà è
quella che vediamo con gli occhi o che tocchiamo con le nostre mani.
In tal caso possiamo dire di conoscere il mondo, di sapere come vanno
le cose: amiamo specchiarci nella cultura e crediamo di avere l'ultima
parola su tutto ciò che ci circonda. Ma non siamo sapienti. La
sapienza infatti implica un'interpretazione della realtà, un'apertura
ad una dimensione non semplicemente tangibile. Tutti dicono che i fatti
della storia non si possono cambiare. Eppure per comprendere la storia
occorre interpretare i fatti. Ogni diversa interpretazione cambia il
nostro modo di vedere e di capire. Del resto, si sa, la storia viene
fatta dai vincitori. E allora in guerra chi ha veramente ragione e chi
ha veramente torto? Esiste una assoluta chiarezza morale che prescinda
dalla banalità del primo attacco? Così accade del resto
anche nelle relazioni: nei casi di conflitti (provare antipatia per
qualcuno, litigare, ecc.) chi ha ragione e chi ha torto? La sapienza
è uno stato dell'anima, trascende la semplice intelligenza e
permette di capire che la realtà non è solo come la vediamo
dal di fuori.
La sapienza fa intuire che c'è una dimensione di assoluto che
sfugge allo sguardo, si mette in ascolto di questa dimensione e constata
l'impossibilità di afferrare davvero la realtà se non
si fa riferimento alla sua completezza. Dio è presente nella
realtà e senza questa consapevolezza non si può diventare
sapienti.
2. Fortezza: quale saldezza?
Lo Spirito dona la fortezza perché vivere nella realtà
richiede un grande atto di coraggio. Anzitutto quello di sostenere il
peso di tale consapevolezza. Quando ad esempio tutti dicono che un individuo
è incapace, non è facile continuare a sottolineare gli
aspetti positivi che in¬vece ognuno possiede e sui quali forse si
potrebbe far leva. E' più facile eliminare che cercare di salvare,
così come sembra meglio troncare relazioni invece di coltivarle.
Perché? Perché coltivare richiede la percezione di un
tempo del quotidiano che si tende a dimenticare. Tutti vedono il risultato
di una scoperta scientifica, ma pochi conoscono la perseveranza dello
scienziato che ha studiato per anni i fenomeni ed ha sostenuto le sue
idee anche contro il parere di tutti. La vita di fede si nutre di povertà
e ha bisogno di essere continuamente rinsaldata. Ogni promessa che si
compie davanti a Dio ha bisogno della forza di Dio per essere mantenuta.
Basta accostarsi ad un'edicola per constatare quanto piccolo sia il
valore che gli uomini danno alla vita. Non solo sulle grandi notizie,
ma anche sui modi stessi di rappresentazione dell'uomo e della donna:
po¬vere immagini di un simulacro di un'umanità sempre più
ripiegata su se stessa, tutta tesa a conservarsi bella, giovane, in
forma, eppure così sospesa sulla malattia, sulla povertà,
sulla degradazione. sull'ignoranza. La fortezza dello Spirito aiuta
ad affermare che, a dispetto di tutti, l'uomo è stato pensato
da Dio, che è grande, e che non ci sono cosmetici (materiali
o morali) in grado di renderlo migliore. La fortezza è un invito
all'essenzialità, alla comprensione di fondo.
3.
Pietà: quale atteggiamento verso Dio?
Si sa, i doni si integrano e dalla fortezza nasce la tenerezza per Dio,
quella che viene chiamata pietà. Che cosa è la pietà
umana senza la pietà divina? Un'arpa scordata, pare dire il salmista.
Le figure dei fantasmi del nostro secolo (i senza tetto, i denutriti,
gli extracomunitari, le rovine umane) ci chiedono continuamente pietà.
Sarà forse la durezza del cuore dovuta ad una sovraesposizione
al negativo (quello dei telegiornali) oppure l'assuefazione al proprio
benessere, il fatto è che si prova sempre più difficilmente
pietà nei confronti degli altri. Il dramma dell'uomo moderno
è però che non riesce più a provarla neppure nei
confronti di se stesso. Dove fondare dunque questa pietà necessaria
per noi e per gli altri? Il dono della pietà, uno dei più
alti, va coltivato nel silenzio della contemplazione. Si badi bene:
la contemplazione profonda, quella che da vita al mondo, va dentro gli
occhi degli altri, dentro il cuore delle cose. Chi matura un atteggiamento
di accoglienza amorosa verso Dio, matura lo stesso atteggiamento verso
gli uomini. L'unica differenza è che la roccia su cui si fonda
è più forte di quella (assai morbida) dell'uomo che vuole
disperatamente essere la sola intelligenza dell'Universo.
4.
Timor di Dio: quali orizzonti?
E si arriva così alla meta ultima, alla vetta, costituita dallo
sguardo di Dio, terribile e potente, amorevole e bastante. La vita può
essere vissuta secondo molti stili: può essere più frenetica
o più tranquilla, più impegnata o meno impegnata, più
gioiosa o più triste... tutto questo, alla fine, non conta nulla.
Possiamo fare grandi cose davanti agli occhi di tutti o possiamo farne
di piccolissime, grandi solo agli occhi di Dio. Anche di tutto questo
in fondo non importa nulla. Quello che fa la differenza è l'orizzonte
finale dentro il quale inquadriamo le nostre azioni. Si lavora come
pazzi (e talvolta come ossessi) tino a settant'anni e oltre: e poi?
Se Dio è il nostro orizzonte, è proprio qui che dobbiamo
misurarci. Quale gloria rendiamo a Dio con ciò che facciamo,
con il nostro divertimento, con la nostra vita, con il nostro operato?
Il timor di Dio, che altro non è che lo sguardo volto a Lui,
suggerisce questo scrutare ansioso tra la nebbia per un incontro. E'
avere gli occhi aperti. E' scoprire l'umiltà davanti al divino.
E' imparare a lasciarsi amare veramente da Dìo. E lo Spirito,
quando viene invocato, regala l'emozione di un tale appuntamento. Che
l'anno dello Spirito Santo possa coinvolgere tutta l'umanità
nel suo meraviglioso cerchio di comunione e che i suoi doni costruiscano
dentro gli uomini, e per primi in noi, persone gioiosamente nuove.