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Alberto
Arato "Dio, un modello di paternità impegnativo ma umano" pubbl. in "Notiziario Parrocchiale", N. 12 - Marzo 1999 - Pino Torinese |
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Sembra quasi
provocatorio che la Chiesa collochi al centro della terza tappa per
la preparazione all'anno giubilare la figura di Dio Padre. Provocatoria
perché nella società dell'attualità, come è
stata recentemente definita quella occidentale, Dio Padre ha sempre
più sapore di passato e viene identificato nell'immaginario con
l'icona del vecchione dalla lunga barba bianca, assiso e trionfante
in cielo su una piramide di nuvole. D'altra parte si provi a chiedere che cosa vuol dire essere padri oggi: un amico per i figli, un confidente, addirittura un compagno di giochi o di imprese ardite. Sembra dunque che oggi non si possa mantenere in vita quel ruolo stratificato (e sclerotizzato) nei secoli che ha caratterizzato il padre immaginario, quello cioè del padre guida, austero, punitore, tempratore di caratteri, capace di attirarsi un odio che scrittori come Proust e Kafka hanno così visceralmente descritto nelle loro opere. Eppure il padre non è un semplice compagno di giochi, non è un semplice confidente e neanche un semplice amico. In questo momento di crisi della paternità occorre forse ricercare un modello che ci dia piste di riflessione e di azione per la riscoperta di un ruolo vero, libero da pregiudizi, fondato sulla maturità e sulla gioia delle relazioni autentiche. Dio si è definito Padre e ha mostrato questa sua funzione in alcuni momenti particolari della storia della salvezza. Dalla lettura del comportamento di Dio possono emergere alcune caratteristiche che guidano l'azione educativa e la ricoperta della paternità. Anzitutto
è un padre che chiama. Samuele, ragazzo in servizio al tempio,
viene strappato da questa sua condizione per divenire mediatore di Dio.
Mosé è un fuggiasco dalla terra d'Egitto e si nasconde:
viene sradicato dal suo nascondiglio e fatto diventare un conduttore
di popoli. Dio è
un padre misericordioso ma esigente. Pronuncia alcuni no molto forti.
I libri profetici narrano di uomini messi a dura prova da Dio. Infine Dio è un padre in profonda comunione con il Figlio. Nel momento più drammatico della vita di Gesù, poco prima della morte, Dio sta sopra la croce e raccoglie dalle labbra del figlio le sue parole: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" per trasformarle in sacrificio volto al bene dell'umanità. Ciò che stupisce sempre di questo episodio è questa presenza nascosta: nel momento del maggior abbandono lì c'è la maggiore presenza. Costruire simili vincoli di unione è qualcosa di divino, ma anche tra gli uomini ci sono momenti in cui la vicinanza non si può dire, si può solo sentire e fa da sfondo a situazioni in cui la solitudine, la disperazione sembrano prevalere nella vita. Chiunque abbia avuto figli adolescenti sa quanto questo sia vero. Esserci nascostamente nei confronti dei figli, sembra dire Dio con il suo comportamento, è più importante che esserci rumorosamente. Che cosa caratterizza la presenza nascosta di un padre? La preghiera per i figli, ad esempio, la loro raccomandazione a Dio più che a se stesso, l'indicare la via del regno dei cieli più che la propria via. Ecco dunque l'impegnativo ma umanissimo modello di paternità che emerge dalla Bibbia. Uno stile improntato alla forza ma anche alla povertà, alla presenza ma anche all'abbandono nelle mani di Dio, a quell'esperienza di figliolanza che tutti i padri hanno conosciuto prima come bambini nelle mani dei propri genitori e poi come uomini nelle mani di Dio, l'unico vero Padre che guida con amore la vita. Che questo stile modelli e faccia rinascere, in questo anno, padri e madri che affrontano il rapporto con i figli in modo gioioso e cristiano e non ansioso e pagano. |
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