Alberto Arato
"Dallo Spirito una pioggia di doni"
Sapienza, fortezza, pietà, timor di Dio (II)

pubbl. in "Notiziario Parrocchiale", N. 11 - Novembre 1998 - Pino Torinese

1. Sapienza: quale realtà?
Che cosa è la sapienza dell'uomo? Come si misura? Andare al cuore della sapienza è sempre stato arduo e drammatico, ma lo è soprattutto ai nostri giorni. La domanda per ragionare su questo dono spirituale è: quale realtà noi oggi riusciamo a concepire? Se abbiamo i piedi ben saldi a terra, diciamo che la realtà è quella che vediamo con gli occhi o che tocchiamo con le nostre mani. In tal caso possiamo dire di conoscere il mondo, di sapere come vanno le cose: amiamo specchiarci nella cultura e crediamo di avere l'ultima parola su tutto ciò che ci circonda. Ma non siamo sapienti. La sapienza infatti implica un'interpretazione della realtà, un'apertura ad una dimensione non semplicemente tangibile. Tutti dicono che i fatti della storia non si possono cambiare. Eppure per comprendere la storia occorre interpretare i fatti. Ogni diversa interpretazione cambia il nostro modo di vedere e di capire. Del resto, si sa, la storia viene fatta dai vincitori. E allora in guerra chi ha veramente ragione e chi ha veramente torto? Esiste una assoluta chiarezza morale che prescinda dalla banalità del primo attacco? Così accade del resto anche nelle relazioni: nei casi di conflitti (provare antipatia per qualcuno, litigare, ecc.) chi ha ragione e chi ha torto? La sapienza è uno stato dell'anima, trascende la semplice intelligenza e permette di capire che la realtà non è solo come la vediamo dal di fuori.
La sapienza fa intuire che c'è una dimensione di assoluto che sfugge allo sguardo, si mette in ascolto di questa dimensione e constata l'impossibilità di afferrare davvero la realtà se non si fa riferimento alla sua completezza. Dio è presente nella realtà e senza questa consapevolezza non si può diventare sapienti.

2. Fortezza: quale saldezza?

Lo Spirito dona la fortezza perché vivere nella realtà richiede un grande atto di coraggio. Anzitutto quello di sostenere il peso di tale consapevolezza. Quando ad esempio tutti dicono che un individuo è incapace, non è facile continuare a sottolineare gli aspetti positivi che in¬vece ognuno possiede e sui quali forse si potrebbe far leva. E' più facile eliminare che cercare di salvare, così come sembra meglio troncare relazioni invece di coltivarle. Perché? Perché coltivare richiede la percezione di un tempo del quotidiano che si tende a dimenticare. Tutti vedono il risultato di una scoperta scientifica, ma pochi conoscono la perseveranza dello scienziato che ha studiato per anni i fenomeni ed ha sostenuto le sue idee anche contro il parere di tutti. La vita di fede si nutre di povertà e ha bisogno di essere continuamente rinsaldata. Ogni promessa che si compie davanti a Dio ha bisogno della forza di Dio per essere mantenuta. Basta accostarsi ad un'edicola per constatare quanto piccolo sia il valore che gli uomini danno alla vita. Non solo sulle grandi notizie, ma anche sui modi stessi di rappresentazione dell'uomo e della donna: po¬vere immagini di un simulacro di un'umanità sempre più ripiegata su se stessa, tutta tesa a conservarsi bella, giovane, in forma, eppure così sospesa sulla malattia, sulla povertà, sulla degradazione. sull'ignoranza. La fortezza dello Spirito aiuta ad affermare che, a dispetto di tutti, l'uomo è stato pensato da Dio, che è grande, e che non ci sono cosmetici (materiali o morali) in grado di renderlo migliore. La fortezza è un invito all'essenzialità, alla comprensione di fondo.

3. Pietà: quale atteggiamento verso Dio?
Si sa, i doni si integrano e dalla fortezza nasce la tenerezza per Dio, quella che viene chiamata pietà. Che cosa è la pietà umana senza la pietà divina? Un'arpa scordata, pare dire il salmista. Le figure dei fantasmi del nostro secolo (i senza tetto, i denutriti, gli extracomunitari, le rovine umane) ci chiedono continuamente pietà. Sarà forse la durezza del cuore dovuta ad una sovraesposizione al negativo (quello dei telegiornali) oppure l'assuefazione al proprio benessere, il fatto è che si prova sempre più difficilmente pietà nei confronti degli altri. Il dramma dell'uomo moderno è però che non riesce più a provarla neppure nei confronti di se stesso. Dove fondare dunque questa pietà necessaria per noi e per gli altri? Il dono della pietà, uno dei più alti, va coltivato nel silenzio della contemplazione. Si badi bene: la contemplazione profonda, quella che da vita al mondo, va dentro gli occhi degli altri, dentro il cuore delle cose. Chi matura un atteggiamento di accoglienza amorosa verso Dio, matura lo stesso atteggiamento verso gli uomini. L'unica differenza è che la roccia su cui si fonda è più forte di quella (assai morbida) dell'uomo che vuole disperatamente essere la sola intelligenza dell'Universo.

4. Timor di Dio: quali orizzonti?
E si arriva così alla meta ultima, alla vetta, costituita dallo sguardo di Dio, terribile e potente, amorevole e bastante. La vita può essere vissuta secondo molti stili: può essere più frenetica o più tranquilla, più impegnata o meno impegnata, più gioiosa o più triste... tutto questo, alla fine, non conta nulla. Possiamo fare grandi cose davanti agli occhi di tutti o possiamo farne di piccolissime, grandi solo agli occhi di Dio. Anche di tutto questo in fondo non importa nulla. Quello che fa la differenza è l'orizzonte finale dentro il quale inquadriamo le nostre azioni. Si lavora come pazzi (e talvolta come ossessi) tino a settant'anni e oltre: e poi? Se Dio è il nostro orizzonte, è proprio qui che dobbiamo misurarci. Quale gloria rendiamo a Dio con ciò che facciamo, con il nostro divertimento, con la nostra vita, con il nostro operato? Il timor di Dio, che altro non è che lo sguardo volto a Lui, suggerisce questo scrutare ansioso tra la nebbia per un incontro. E' avere gli occhi aperti. E' scoprire l'umiltà davanti al divino. E' imparare a lasciarsi amare veramente da Dìo. E lo Spirito, quando viene invocato, regala l'emozione di un tale appuntamento. Che l'anno dello Spirito Santo possa coinvolgere tutta l'umanità nel suo meraviglioso cerchio di comunione e che i suoi doni costruiscano dentro gli uomini, e per primi in noi, persone gioiosamente nuove.

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