Alberto Arato
"Dio, un modello di paternità impegnativo ma umano"
pubbl. in "Notiziario Parrocchiale", N. 12 - Marzo 1999 - Pino Torinese

Sembra quasi provocatorio che la Chiesa collochi al centro della terza tappa per la preparazione all'anno giubilare la figura di Dio Padre. Provocatoria perché nella società dell'attualità, come è stata recentemente definita quella occidentale, Dio Padre ha sempre più sapore di passato e viene identificato nell'immaginario con l'icona del vecchione dalla lunga barba bianca, assiso e trionfante in cielo su una piramide di nuvole.
Questa idea trova un riscontro, numeri alla mano, con una concezione familiare sempre meno 'tradizionale: in molti ambienti le famiglie 'regolari', quelle cioè composte da padre, madre e figli, sembrano ormai minoritarie. Così molti ragazzi si trovano in un universo parentale affollato di padri, madri o personaggi non meglio identificati tanto da ricordare (importata dagli ambienti anglosassoni) la famiglia disneyana, dove la relazione parentale più in voga è quella tra zii e nipoti: Qui, Quo e Qua vivono con Zio Paperino e il 'padre' di Zio Paperino è Zio Paperone, la mamma è Zia Paperina ecc.
In un contesto dunque di immaginario 'evoluto' in tema di famiglia, ecco richiamata all'attenzione la figura paterna, una figura ingombrante, scomoda, a volte poco amata, forse perché richiama relazioni centrate sulle grandi aspettative infantili andate deluse.

D'altra parte si provi a chiedere che cosa vuol dire essere padri oggi: un amico per i figli, un confidente, addirittura un compagno di giochi o di imprese ardite. Sembra dunque che oggi non si possa mantenere in vita quel ruolo stratificato (e sclerotizzato) nei secoli che ha caratterizzato il padre immaginario, quello cioè del padre guida, austero, punitore, tempratore di caratteri, capace di attirarsi un odio che scrittori come Proust e Kafka hanno così visceralmente descritto nelle loro opere.

Eppure il padre non è un semplice compagno di giochi, non è un semplice confidente e neanche un semplice amico. In questo momento di crisi della paternità occorre forse ricercare un modello che ci dia piste di riflessione e di azione per la riscoperta di un ruolo vero, libero da pregiudizi, fondato sulla maturità e sulla gioia delle relazioni autentiche. Dio si è definito Padre e ha mostrato questa sua funzione in alcuni momenti particolari della storia della salvezza. Dalla lettura del comportamento di Dio possono emergere alcune caratteristiche che guidano l'azione educativa e la ricoperta della paternità.

Anzitutto è un padre che chiama. Samuele, ragazzo in servizio al tempio, viene strappato da questa sua condizione per divenire mediatore di Dio. Mosé è un fuggiasco dalla terra d'Egitto e si nasconde: viene sradicato dal suo nascondiglio e fatto diventare un conduttore di popoli.
Tutte le esperienze degli uomini biblici cominciano con una chiamata del Padre. Tutti i figli hanno bisogno di essere chiamati. Nei figli, la chiamata del padre genera terrore, rifiuto, spesso ribellione. Dio però insegna a non spaventarsi. Chiama e continua a chiamare, anche quando l'ostinazione non lascia intravvedere spiragli. La partenza per qualcosa di nuovo è sempre difficile, per noi come per i nostri figli. Ma senza chiamata non si intraprende nessun cammino.
All'opposto, divorati dall'impazienza che avvelena il lavoro e lo priva di ogni piacere molti padri fanno la voce grossa perché i figli facciano in fretta e si adeguino ai ritmi dei grandi. Questa è voce di sirene: guadagnare in fretta, occupare presto una buona posizione, andare avanti per meriti familiari. La voce di questi padri è come la voce che spaventa Elia sull'Oreb. Arriva lo sconquasso di una tempesta di vento ma Dio (il padre, il vero Padre) non è nella tempesta. Arriva un terremoto, ma Dio, il vero Padre, non è nel terremoto. Passa un temporale ma Dio non è nel temporale. E poi si sente lo stormire di un vento leggero. Elia si copre il capo, perché in quel vento c'è Dio. Questa voce del Padre (e quindi di ogni padre) è silenziosa, concentrata in pochi refoli di vento che sistema tutto senza strepito. Come fa una brezza ad avere questo effetto? Semplice: c'è. E' presente. Il problema dei padri oggi forse non è quello di parlare né tanto, né poco; né di programmare il futuro dei figli. E' quello di esserci.
Dio infatti segue le azioni dei suoi figli, pronto a intervenire ma senza invadere la loro libertà di decisione né quella d'azione. I padri, spesso, nel loro amore verso i figli tentano di evitare loro esperienze negative: e questo è umano. Dio tuttavia insegna quale deve essere il punto di mediazione tra concessione di libertà e prontezza d'intervento. Le esperienze segnano il carattere soprattutto quando vengono rielaborate: Dio vuole che noi facciamo esperienze e attraverso il contatto con lui e con la sua parola ci insegna come rielaborarle. Leggere ogni cosa alla luce della sua parola. Questa è l'assistenza (cioè l'aiuto a comprendere le proprie esperienze) che un padre deve offrire al proprio figlio.

Dio è un padre misericordioso ma esigente. Pronuncia alcuni no molto forti. I libri profetici narrano di uomini messi a dura prova da Dio.
Osea ad esempio fa esclamare a Dio, a proposito della sposa adultera: le sbarrerò la strada di spine e ne recingerò il recinto di barriere, tornerò a riprendermi il grano, farò cessare tutte le sue gioie, e poi la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Perché Dio, il Padre, vuol portare i propri figli nel deserto? Per parlar loro amorevolmente, lontano dal chiasso.
Il no di un padre spesso stringe nel deserto i figli che hanno così modo di riflettere per sentire l'amorevolezza dietro il diniego del padre. Così, come il figliol prodigo, divenuto guardiani di porci riesce finalmente fare il ragionamento decisivo: tornerò da mio padre e gli dirò di prendermi come l'ultimo dei suoi servi.. E a questo punto il padre mostra la sua misericordia e corre incontro al figlio che in sé non aveva mai abbandonato.
Prove esigenti ma anche libertà e capacità di accogliere e perdonare lo sbaglio, ecco lo stile di Dio, ecco lo stile di un padre che ama il figlio.

Infine Dio è un padre in profonda comunione con il Figlio. Nel momento più drammatico della vita di Gesù, poco prima della morte, Dio sta sopra la croce e raccoglie dalle labbra del figlio le sue parole: "Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?" per trasformarle in sacrificio volto al bene dell'umanità. Ciò che stupisce sempre di questo episodio è questa presenza nascosta: nel momento del maggior abbandono lì c'è la maggiore presenza. Costruire simili vincoli di unione è qualcosa di divino, ma anche tra gli uomini ci sono momenti in cui la vicinanza non si può dire, si può solo sentire e fa da sfondo a situazioni in cui la solitudine, la disperazione sembrano prevalere nella vita. Chiunque abbia avuto figli adolescenti sa quanto questo sia vero. Esserci nascostamente nei confronti dei figli, sembra dire Dio con il suo comportamento, è più importante che esserci rumorosamente. Che cosa caratterizza la presenza nascosta di un padre? La preghiera per i figli, ad esempio, la loro raccomandazione a Dio più che a se stesso, l'indicare la via del regno dei cieli più che la propria via.

Ecco dunque l'impegnativo ma umanissimo modello di paternità che emerge dalla Bibbia. Uno stile improntato alla forza ma anche alla povertà, alla presenza ma anche all'abbandono nelle mani di Dio, a quell'esperienza di figliolanza che tutti i padri hanno conosciuto prima come bambini nelle mani dei propri genitori e poi come uomini nelle mani di Dio, l'unico vero Padre che guida con amore la vita. Che questo stile modelli e faccia rinascere, in questo anno, padri e madri che affrontano il rapporto con i figli in modo gioioso e cristiano e non ansioso e pagano.

atelier | corsi | didattica | laboratorio
atelier | courses | education | factory
home | curriculum | pubblicazioni | progetti | contatti
home | curriculum | publications | projects | contact us

Copyright © 2006 Alberto Arato
official site