Alberto Arato
Il volo delle Api Bianche
Narcissus, 2011
e-book

 

Anno 1212. Che cosa spinge ventimila bambini di Francia ad abbandonare le famiglie, le case, i villaggi per affrontare un viaggio verso Gerusalemme senza organizzazione, senza consenso, senza prospettive concrete? Il dilemma ha appassionato gli storici di ogni epoca. Schwob, nel 1895 definiva questi "Pueri sine rectore, sine duce" - così descritti dalle cronache dei tempi - 'uno sciame di api bianche'. '
Il volo delle api bianche' parte da questo spunto storico per affrontare dall'interno il viaggio di crescita tra ambiguità e mezze verità; culture che si incontrano e collidono, illusioni e amare disillusioni. Tutto è visto attraverso gli occhi dapprima infatuati e poi via via più disincantati di uno dei protagonisti della cociata dei bambini.

In questa notte d'Outremer, al di sopra dei cornicioni del Palazzo, mia malinconica prigione, guardo il cielo e non riesco a essere indifferente alla vita. Anche qui è san Lorenzo e le variabili coincidenze, come le sette sfere celesti che ruotano regolari e formano arabeschi sulla sfera armillare, disegni in cui si riconoscono le dodici costellazioni oppure i ventiquattro simboli sulle case del sole, ricordano che tutto ritorna, calcinato tra il vecchio e il nuovo. Guardo me, oggi, già vecchio a trent'anni e oltre, eppure mi vedo ragazzo, uomo nel pieno del vigore e confronto questo corpo dal quale sono appartenuto con quello degli schiavi che ornano il mio studio. La giovinezza intagliata nel loro volto somiglia alla mia quando, schiavo, arrivai in Outremer, dopo aver iniziato il Santo Viaggio della Crociata, insieme ai ventimila bambini di Stefano di Cloyes nel torrido Agosto dell'anno del Signore 1212, anno 609 dalla fuga del Profeta.
Nel Mezzogiorno della Francia regnavano il sole della canicola, la santa lotta contro la setta degli Albigesi, Filippo II l'Augusto, conte di Hainaut, e alcune molte voci. Cominciai a sentirle, o meglio cominciammo a sentirle, le voci, durante la processione che il Vescovo Ademaro indisse per spingere gli animi alla battaglia contro il male. Fu uno strano tempo quello, il tempo della mia giovinezza e della fanciullezza dell'umanità: riuscivo a trepidare per le parole dei vagabondi che attraversavano la campagna predicando un Dio di voci, appunto, o di parole incise su pergamene. Schiere di uomini e donne devastati dal vaiolo attraversavano i nostri boschi, riempiendo di mormorii e di paure le spianate tra gli alberi. Lì un sole leggero riscaldava i resti di un fuoco o l’erba calpestata in tondo come per un sabba di streghe, ché streghe e demoni ci parevano allora veramente quei miserabili di Dio. Immaginavo d’essere uccello e di volare sopra i loro capi e di vederne i gruppi avanzare in cerca di donne da depredare e di ragazzi da assassinare. Eppure da quell’altezza mi pareva di trovare un sincrono tra il loro peregrinare senza meta e le voci che sentivamo noi, pastori di Cloyes, altrettanto e forse più miserabili. Perché il suono di cui erano impregnati i cespugli, divino senza dubbio, pareva accordare musicalità incerte come i sonagli delle danzatrici che anni dopo avrei sentito nelle feste di Palazzo mescolate ai fruscii del deserto. Di granello in granello si scomponevano in eco innumerevoli - queste sì vere e non presunte - di spiriti viaggianti persi tra le dune.

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