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«Amigdala, cara» disse algido il conte John Shire, sorpreso nel vedere la sua vecchia conoscenza passeggiare nel bosco: il bagliore di un lampo, poi ricompose il suo consueto cipiglio distaccato in pochissimi secondi.
Occorreva un lungo esercizio per affettare un’indifferenza così glaciale a proposito degli atti e dei sentimenti che contraddistinguono gli esponenti del genere umano, e il conte Shire si era sottoposto a un durissimo e autopunitivo trattamento per costruirsi la fama di cinico e predatore.
Amigdala lo guardò sarcastica: «Toh. Non dirmi che anche tu gioisci della natura incontaminata» gli chiese beffarda.
Non un sentimento trapassò la scorza del volto del conte: «Gioire è forse una parola inappropriata. Mi serve questo silenzio per mettere a fuoco qualche pensiero» rispose freddamente.
Amigdala sorrise. Gli porse il braccio e questi fu costretto a sorreggerla mentre incedeva lungo il sentiero.
«Le regole di buona creanza valgono dunque anche per te?» gli chiese, notando il suo disagio.
Il conte arricciò i baffetti: «Non sono così cinico come immagini. Io credo che le regole, anche quelle più legate alle convenzioni siano utili per convivere degnamente, senza gli eccessi dovuti a una soverchiante esposizione di sensi» rispose.
Amigdala diede in una risata: «E così, tu, il più spregiudicato libertario che mi sia mai stato dato d’incontrare, vieni a sostenermi la necessità di qualche convenzione per arginare la follia che alberga sottostante alla decorosa facciata che tutti ostentiamo...»
Il conte fece una smorfia di disgusto: «Ti prego Amigdala, un po’ di contegno. Certi argomenti mi inquietano anche solo a sentirli accennare»
I due s’inoltravano in un viale molto particolare, fatto di ciliegi in fiore che formavano una galleria bianca da cui, talvolta piovevano petali come fiocchi di neve.
«E, di tutto, la tua natura, è la cosa più ingannevole» disse d’un tratto il conte.
«La mia natura? Quale?» chiese Amigdala curiosa.
Il conte la guardò fuggevolmente negli occhi per qualche istante, poi distolse lo sguardo e riprese a contemplare i sassi che delimitavano la stradina sulla quale stavano muovendo i passi.
«Una natura piuttosto indefinita. Arbitraria» disse infine, come riscotendosi.
«Tutti gli universi sono arbitrari» obiettò la donna.
«Sì ma non danzano con le idee come fai tu. Ecco come ti definirei: una affascinante anche se ottusa, danza con le idee»
La donna si fermò di botto e lo guardò in faccia con una velatura di malinconia: «Sei un inguaribile adolescente, John. Lasciatelo dire»
Il conte si rizzò punto sul vivo: «Non mi hai fatto un complimento, e lo sai» disse piccato.
Amigdala rise nuovamente: «Te l’ho detto apposta, mio caro. Ma se non ti va di parlarne, potremmo anche darci del voi per un giorno»
Il conte scosse il capo: «Figurati quanto può essere importante per me, per tutti, il fatto che tu non riesca più a vedermi come il tuo intimo preferito»
Amigdala fu presa da una compassione improvvisa perché allargò le braccia e strinse a sé il conte che cercò di ritrarsi, senza tuttavia riuscire a fuggire a quella presa così forte.
«Una stretta quasi mortale» disse cinicamente non appena la donna lo lasciò nuovamente tornare  entità solitaria.
Amigdala nel frattempo si era persa, guardando in alto i giochi delle nubi.
«Guarda» disse indicando il cielo «Una pannocchia di granturco» e puntò a un nembo alto e sottile che una qualche corrente ascensionale modellava come un frutto oblungo pieno di striature verticarli.
«Fantastico» disse il conte, distaccato.
«Non riesci ad appassionarti a nulla. Eppure io non ti ho voluto così. Ho cercato di insegnarti...»
John fece spallucce e riprese a camminare: «La bellezza casuale della natura è che non tutti i programmi si attuano nel modo in cui vorremmo. Ma...» e qui si fermò guardando con intenzione la donna «è proprio dell’uomo osare. E l’esplorazione dei tuoi mondi così ambigui, lo devo ammettere, mi è servita alquanto»
«È già la quarta volta che usi un verbo come servire o essere utile. Mi complimento con te. Sei diventato un utilitarista» disse Amigdala alzando le braccia e accennando un volteggio.
John la guardò storto: «Proprio necessaria questa specie di danza? Lo sai non propendo per gli slanci affettivi ingiustificati»
Amigdala sospirò: «Non c’è alcuno slancio affettivo giustificato, o giustificabile»
Il conte la guardò perplesso: «L’hai proprio detto tu questo?» le chiese.
Amigdala accennò un assenso con il capo: «Ma – c’è un ma, ovviamente – l’unica compassione che possiamo avere è quella rivolta a noi stessi»
John fece una faccia infastidita: «Lasciale stare queste frasi ad effetto, Amigdala. Non mi sono mai piaciute. Anzi, per dirla tutta, le detesto cordialmente»
«Per questo è così difficile per noi trovare un punto in comune. Tu hai scelto la tua infima realtà e ti sei barricato in lei. Io non sono solo realtà; tu questo lo sai e non riesci a sopportarlo. Perché così adisco a una dimensione che ti è preclusa»
Quasta volta John squadernò un’espressione annoiata: «Anche questo è già stato detto. Tuttavia tu non sai guardarmi dentro, perché in fondo è quest’assenza che ai miei occhi ti fa così interessante»
«Così interessante da ristabilire un relazione?» chiese Amigdala con un barlume di speranza che si riaccendeva.
«Assenza? E che cosa è realmente interessante, amica mia?» disse il conte.
«Sei amaro. Sei diventato amaro. Ecco perché vuoi ancora sperare una volta» disse Amigdala sorpresa.
«Io non spero più nulla. Sono diventato indifferente sinanco alla speranza. Anzi, soprattutto alla speranza»
Amigdala si fermò, guardò lontano dove il sentiero si perdeva dietro una curva.
«Devi andare vero?» chiese John. Amigdala ebbe l’impressione che questa non fosse una domanda, ma un ordine.
«Sì» disse alla fine «Devo andare»
I due si guardarono ancora una volta: il conte le prese la mano e le fece un compassato baciamano.
Amigdala accennò un inchino vago.
Poi, deciso, il conte si voltò e tornò indietro, mentre la donna, facendo il viso duro, senza voltarsi neanche una volta proseguì per il sentiero fino a sparire dietro la curva.