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Riassunto dei fatti precedenti:
Nessuno sa come i due possano essere venuti a contatto con la città di Margarath.


Non c’erano cupole sotto le quali ospitare alcun sentimento che si specchiasse nel vento della città.
Mosel respirò a fondo. Sapeva a che cosa andava incontro guardando l’ospite che aleggiava in quella camera. Le mura consunte, di vecchio albergo, sembravano dilatarsi entro un cerchio di visioni più psichedeliche, più colorate, mentre le cimici negli anfratti brulicavano di strettezza.
«Non saprei» bofonchò Mosel.
Irina lo guardò assente. Il suo corpo era spremuto e avvizzito come un limone ammuffito. Mosel vide che sarebbe bastato un buffetto battuto su quella superficie rugosa e lei si sarebbe dissolta in una nuvola di muffa.  Rise.
«Avevi detto che non sapevi e poi ti metti a ridere» lo rimproverò lei mentre si spogliava, vicino alla cabina della doccia. Mosel ridivenne serio. La guardò intenso e poi scosse nuovamente il capo. Si alzò dal letto e percorse quello stretto andito verso la finestra.
«Non aprirla ti prego» strillò Irina coprendosi il ridicolo seno che sporgeva appena dal torace.
Mosel infastidito si ritrasse e ritornò  vicino al letto.
Adesso era incerto: si grattò il mento e poi ripeté, neutro: «Non saprei».
La donna non disse niente, entrò nella doccia, aprì l’acqua e la fece scorrere sulla pelle giallastra.
«Ero bella quando ero ragazza» disse incerta, quasi come per chiedere una conferma a Mosel.
Questi annuì, vacuo: «Tutti siamo belli quando siamo giovani» disse poi.
«Ma tu sei giovane» ribadì lei.
Mosel tacque e si distese nuovamente sul letto. Il suo corpo sprofondò nel materasso. Mosel gustò il tepore delle lenzuola e smise di seguire i suoi pensieri.
In quel momento stava scendendo nel suo rifugio per trovare i due interiori che dialogavano sempre con lui. Erano la sua salvezza, il punto d’approdo nell’incertezza, la stella nel buio della normalità.
D’un tratto la porta della camera si spalancò. Era un ragazzo in livrea che squadrò i due, Mosel disteso e Irina che si asciugava nella cabina.
«A chi posso dire?» chiese guardando ora l’uno, ora l’altra.
Mosel fece spallucce e indicò Irina: «Di’ pure a lei» disse.
«C’è qualcuno giù nell’atrio» riprese il ragazzo.
Irina smise di strofinarsi il corpo con l’asciugamano: «Trovi che sia bella?» chiese al ragazzo.
Questi la guardò in tralice, la ignorò e ripeté: «Giù nell’atrio»
«Mi vesto e arrivo» rispose lei.
«Non c’è bisogno che ti vesti» disse Mosel con gli occhi chiusi.
Irina sorrise. «Solo perché era stato così… è stato un caso quello»
«Posso andare?» chiese il giovane.
«Digli che arrivo» disse lei congedandolo.
Andò davanti allo specchio dell’armadio. Si guardò, assumendo pose diverse.
L’isola sulla quale era in quel momento Mosel tremolò nella stanza, materializzando una parvenza di calore e di profumi di mare e di erba amara. Irina la guardò in tralice e sbuffò: «Non sopporto le tue isole» disse d’un tratto strappando dall’attaccapanni una vestaglia «E non scenderò nuda. Questa ti pare abbastanza sensuale?» e si pavoneggiò nella vestaglia semitrasparente.
Mosel aprì distratto gli occhi e le lanciò un’occhiata. Fece sparire l’isola e disse annoiato: «Può andare»
«Santo Iddio, Mosel» sbottò lei «è tutto quello che mi puoi dire? Può andare? E la mia femminilità? Il mio essere femmina?»
«Vaffanculo, Irina» ribattè Mosel «lasciami in pace» e chiuse nuovamente gli occhi.
Irina si affaccendò nell’armadio tirando fuori vestiti, uno più attillato, un altro più elaborato.
«Vaffanculo, vaffanculo… non sai dire altro. Dovresti andare tu a fare in culo, Mosel» brontolava mentre si adattava compulsivamente gli abiti al corpo e poi li ributtava in un mucchio che cresceva sul letto.
«E non riempirmi il letto con la tua merda» disse Mosel.
Furiosa Irina prese i vestiti e li scagliò a terra: «Meriteresti davvero che andassi giù nuda» disse poi.
«Te l’ho già detto: fai quello che vuoi»
«Non l’hai detto. Hai detto: «Può andare». Così hai detto».
Mosel agitò fiaccamente la mano: «Va bene. Va bene. Come vuoi. Fai quello che vuoi. Vai vestita, nuda,  chi se ne frega»
Irina prese una giacca di pelliccia: «Che ne dici?» chiese, mettendosela addosso.
A vederla, coperta fino all’ombelico da quella pelliccia triste e spelacchiata, Mosel non riuscì a trattenere un risolino.
Irina si trattenne un momento poi si mise a ridere anche lei. Gli lanciò la pelliccia in faccia e ritornò all’armadio.
Il ragazzo in livrea si riaffacciò alla porta: «Il tizio giù ha chiesto se deve ancora aspettare tanto. Sembrava seccato»
Irino si girò appena a guardarlo: «Tutte le persone importanti si fanno attendere. Digli di non rompere il cazzo»
«Devo proprio dire così?» chiese il ragazzo.
Mosel lo guardò scuotendo il capo: «Ma sono tutti tonti come te qui dentro? Trova una scusa no? Che so… sta finendo una riunione, sta facendo la doccia, che è anche vero…. Inventati qualcosa»
«Lascialo stare, poveretto. Non vedi che è un ragazzo?» disse Irina mettendosi un vestito verde acqua.
Mosel si strinse nelle spalle. Chiuse nuovamente gli occhi.
Il ragazzo guardò i due, incerto, poi uscì dalla camera.
«Ecco così dovrebbe andare» disse Irina guardandosi allo specchio.
Poi vedendo che Mosel non reagiva uscì sospirando.

 

17/03/2017