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«Prima volta che vieni a Kingman?» chiede il tassista.
Milius si deterge il sudore dalla fronte: «Fa caldo qui» risponde.
Il tassista ride: «Tutto il caldo di New York non è paragonabile a quello di un giorno di sole nel Kansas»
«Ci credo» dice Milius ansando.
Il tassì viaggia tranquillo lungo la strada dritta, senza una curva. In mezzo al niente. I campi enormi, rotondi per via di quelle infernali macchine irroratrici, circondano la via come sciacalli immobili, statue vegetali ai bordi di un centro commerciale.
«C’è un locale a Kingman?» s’informa Milius.
«C’è il cafè Cleo’s. Fanno hot dog giganteschi» risponde il tassista.
«Odio gli hot dog» Milius guarda fuori dal finestrino e vede una teoria di edifici bassi, colorati che contornano la Main Street. 
«Tra l’altro è proprio vicino al teatro. Un tiro di sputo. Ah, siamo quasi arrivati» dice il tassista rallentando e fermandosi a un semaforo.
«Quanto è grande il teatro?» chiede il musicista.
Il tassista fa una smorfia: «Centottanta, duecento posti. Ma non l’ho mai visto pieno»
Milius fa un sospiro.
«A dire il vero qui la gente non va matta per il teatro. Tu che cosa sei? Un attore?»
Milius sorride: «Suono. Sono un pianista»
Il tassiste fa un fischio: «Un musicista? Mi sarebbe piaciuto suonare. Da piccolo a scuola mi dicevano che ero un vero talento. Sapevo fare Stars and Stripes a orecchio. Mi veniva così, naturale» e si mette a fischiettare l’inno.
Quando finisce si volta verso Milius: «La suonavo al flauto e alla pianola della scuola»
Il musicista alza gli occhi al cielo.
«Davvero. Io e la musica siamo come il formaggio in un cheeseburger» prosegue imperterrito l’autista.
Poi indica un edificio di mattoni rossi rialzato con una finta facciata in pietra bianca: «Ecco Cafè Cleo’s è qui».
Milius storce il naso: «C’è solo questo?»
«È  il pub del teatro. Qui a Kingsman non abbiamo tante pretese» aggiunge.
Milius lo guarda storto asciugandosi nuovamente la fronte imperlata di sudore.
«C’è almeno l’aria condizionata in sala?» chiede sgarbato.
«Boh. Ci sarà anche, non so. Il fatto è che...»
«...Lei non è un grande frequentatore, vero?» chiede pungente Milius.
L’autista apre il finestrino e sputa sull’asfalto. Una vampata di calore entra nell’abitacolo. Il vetro si richiude. 
«Siamo gente di poche pretese»
Milius scorge su un basso fabbricato poco distante una scritta scrostata: “Kingsman Theatre”.
«Non sarà quello il teatro, spero?» chiede allarmato all’autista. Il quale si ferma proprio lì davanti e gli dice: «Siamo arrivati»
«Ma questo è un cesso di teatro» dice Milius rabbiosamente.
Il tassista lo guarda storto: «Serve per quel che c’è da fare. Non c’è mica bisogno di chissacché, qui» poi dopo averlo fatto scendere e aver scaricato i bagagli, tira fuori un marchingegno con due led rossi scoloriti che segna il tempo impiegato dall’aeroporto fin lì. 
«Fanno 40 dollari» dice, scrivendo la cifra su un foglietto.
«Che cosa?» reagisce Milius. Poi cerca di calmarsi, pensando che tanto pagherà l’organizzatore del concerto. Conta il denaro e lo dà all’autista che gli rifila in mano un foglietto di carta come ricevuta.
«Quando suoni?» gli chiede l’uomo prima di risalire sul tassì.
«Stasera. Poi potrebbe venirmi a prendere alla fine? Devo tornare in aeroporto. Ho l’aereo alle due stanotte» 
«Magari ti vengo a sentire. E ci porto pure mia moglie. Ci vediamo stasera» risponde quello. E se ne va accennando un saluto militare.
 
«Buon giorno. Sono Milius Van Der Send» dice. Nell’ingresso del teatro c’è una donna enorme seduta dietro il vano della biglietteria. C’è odore di vecchio fumo. Viene dalle tende impregnate di sporcizia che separano la minuscola hall dalla sala.
La donna smette per un attimo di sfogliare un registro bisunto, alza gli occhi e lo guarda indifferente: «Chi?»
«Milius Van Der Send. Il pianista. Quello che deve suonare stasera» ribadisce il musicista seccato.
La donna alza la cornetta di un vecchio telefono: «Signor Hart. C’è qui Den Sent. Il pianista. Quello del concerto. D’accordo. Sì»
Abbassa la cornetta e poi dice a Milius: «Il signor Hart arriva. Se si vuole accomodare...» e gli indica una fila di sedie di legno con la seduta ribaltabile rivestita di pelle sintetica lisa.
Il musicista sospira: «Ci sarebbe un bicchiere d’acqua? Il viaggio dall’aeroporto è stato lungo...»
«Lì c’è un distributore. Se non ha monete gliele posso cambiare io» dice senza alzare lo sguardo dal registro. Il musicista si alza, infila una moneta nella macchinetta che con un tonfo gli dà una bottiglietta fresca.
«Maestro Der Send» strilla un vocione. Milius si volta: dalle tende si affaccia un omone di centotrenta chili che mulinella braccia e mani grandi come due scodelle.
Milius si alza a fatica: il viaggio è stato estenuante. Compresso nella poltrona economica dell’aereo che gli ha fatto attraversare mezzi Stati Uniti, adesso il solito dolorino alla schiena gli regala una fitta lancinante che lo immobilizza per un istante.
L’omone non nota nulla e quando gli è vicino gli regala una manata sulla schiena che vorrebbe essere cordiale e che peggiora solo la situazione. Milius vacilla, poi si riprende e cerca di tirarsi su mostrando l’antica dignità di un tempo, quando con la sola sua presenza sul palco gli sembrava di poter dominare qualsiasi pubblico.
«Qui c’è la sala...» dice l’omone aprendogli le tende. Milius entra ed ecco realizzate le sue peggiori aspettative. L’arredamento è quello di un night riconvertito in sala teatrale. Colori orrendi stampati su un arredamento che poteva essere moderno negli anni sessanta. Un centinaio di poltroncine assemblate alla meglio con le ribalte consunte e il solito odore di chiuso e di sporco che ha trovato in quasi tutti i fetidi locali nei quali ha suonato nei suoi cinquanta anni di carriera.
Carriera… se così si può chiamare.
«Il pianoforte è quello?» dice Milius arricciando il naso.
«Il migliore che ci sia nei dintorni. Ce l’hanno portato ieri» dice orgogliosamente l’omone mentre la scaletta che conduce al ripiano pomposamente chiamato palco ondeggia e si piega sotto suo peso.
Rassegnato il musicista si accosta a quello squinternato strumento, apre il coperchio e accenna due o tre accordi.
«È scordato» dice infine richiudendo il coperchio.
«Oggi pomeriggio deve venire l’accordatore» ribatte l’omone.
«E quando posso provare? Non riesco a suonare uno strumento scordato» dice velenoso il musicista.
«Questo è un problema. Il signor Thompson arriva da lontano e può essere qui solo verso le cinque» dice Hart.
«Le cinque? Ma il concerto è alle otto» ribatte furioso Milius.
«Ma tanto lei non avrà mica bisogno di provare chissacché… con la sua esperienza» tenta di scusarsi Hart.
Come in un lampo a Milius si ferma a considerare Hart e KIngsman: quel vecchio cowboy nel suo minuscolo paese: trovare un pianoforte a coda, e poi un accordatore…. Quanti pianoforti esistono a Kingsman? Probabilmente neanche uno. E il viaggio che Thompson si deve fare in mezzo alla pianura desolata. Con uno degli scassati van che circolano da quelle parti, senza aria condizionata.
Milius alza le spalle: «Va bene non importa, ci arrangeremo come al solito. Mi accompagna alla mia camera?»
Hart sorride: «Qui a Kingsman non c’è un albergo decente» e gli fa l’occhiolino «Se si esclude un motel dove non farei dormire mia moglie o mio figlio… m’intende vero?» e gli dà una gomitata complice «Se vuole fare una doccia o riposare, la ospito a casa mia. Venga, l’accompagno»
 
Immerso nella vasca da bagno Milius cerca di non guardare quella palla di grasso che è diventato. Non è solo questione di mangiare come una mongolfiera, lo sa benissimo. È questione di rabbia, di rancore, di nervoso, di insoddisfazione che vanno tutti a finire negli strati di lardo da cui è composta la sua enorme pancia. 
Mangiare, qualsiasi cosa, basta mangiare. Ha provato a contenersi un po’; è trent’anni che ci prova, da quando per la prima volta si era reso conto che il frac cominciava a tirare e infine non era più riuscito a indossarlo e aveva dovuto farsene fare uno di due taglie superiore. E poi tre e alla fine quattro. Si alza dalla vasca da bagno e afferra il telo da bagno che la moglie di Hart gli ha messo a disposizione nella minuscola stanzetta. Lo annusa e come tutto lì, ha una leggera traccia di rancido. 
Quando è rivestito apre la porta, si sincera che nel corridoio non ci sia nessuno e poi si fionda nella camera vicina. Per fortuna non deve pernottare: la stanza è quella in disuso di un ragazzino, si vede dall’arredamento e dai manifesti scoloriti che ritraggono giocatori famosi di baseball di vent’anni prima. Si distende sul lettino minuscolo e cerca di assopirsi. Dormire almeno qualche ora prima del concerto.
Concerto. Insomma. Se si può chiamare concerto: un’ora, un’ora e mezzo di musica eseguita tra sbadigli, chiacchierii di fondo e indifferenza o meglio incapacità di comprendere alcunché di musicale che non sia Jerry Jeff Walker o Todd Snider. Sempre che ci sia un pubblico.
“Non pensarci. Non pensarci.” si ripete sbadigliando.
Training autogeno a buon mercato letto sui libri del metodo Silva: una cosa insomma per rilassarsi alla ricerca di un rifugio qualsiasi dentro la sua mente. Per non soccombere.
Ah, se la gente potesse vedere. Che locale è il suo rifugio. Un auditorium in miniatura, un auditorium vero. Deliziosamente sotterraneo. Tutto di legno se lo immagina. Odore di buono, di resina e di vernice. Acustica perfetta. Uno strumento assurdamente accordato e sonoro. E lì dentro lui che subisce una trasformazione: eccolo il pianista con le speranze intatte d’un tempo di una carriera favolosa per le sale più belle del mondo. Asciutto, magro, perfetto nel suo frac. Felice di suonare. 
“Altro che ‘sto relitto che sono diventato” mugugna rigirandosi per l’ennesima volta in quel lettino.
“Guarda le cose positivamente” continua a dirsi, penosamente alla ricerca di uno spiraglio.
In quel mentre sente bussare alla porta.
«Sì?» chiede sbuffando.
Si affaccia Hart: «Il signor Dodsman, l’impresario, vuole vederla»
Van Der Send alza gli occhi al cielo e scende dal letto: «Arrivo»
Distoglie gli occhi da quello specchio opaco sull’armadio che gli restituisce la vista di un ciabattaro gottoso e pesante e si infila nel corridoio al seguito di Hart.
Un nero gigantesco, con un completo elegantissimo e l’aria truce lo attende seduto in salotto.
Quando lo vede si alza: «Maestro» dice accennando un leggerissimo inchino.
«Ho visto il teatro, Dodsman» dice seccato il pianista.
«È quel che c’è» sentenzia l’omone.
«Per me c’è sempre solo quel che c’è» ribatte stizzito Van Der Send.
Dodsman lo guarda impassibile.
«Per il ritorno ho già avvertito il tassista. E qui c’è la sua nota» porge il foglietto che tira fuori dal suo portafoglio.
«Il tragitto dall’aeroporto non è compreso, come da contratto» dice Dodsman restituendogli il foglietto.
«Come sarebbe a dire?» s’infiamma Van Der Send.
«Sarebbe a dire che il viaggio dall’aeroporto a qui non è compreso. Cioè è a spese sue» ribatte l’altro impassibile.
“Bisogna stare calmi. Bisogna stare calmi” si ripete Van Der Send mentre alcune striature paonazze gli compaiono sul volto.
 «Questa, lo sa benissimo è una truffa. Spendo mezzo compenso per questa maledetta serata in taxi. La prossima volta ditemelo prima. Non sarei venuto» dice trattenendo l’ira a stento.
Dodsman scuote la testa: «Mi dispiace. Queste sono le regole»
«Avete messo qualche manifesto?» Van Der Send cambia discorso per non scoppiare.
«Abbiamo tappezzato il paese di manifesti ma le dico subito che probabilmente non ci sarà molto pubblico questa sera» dice Dodsman freddamente.
«Todd Snider è ad Alice Spring. A un’ora da qui» aggiunge Hart.
«Il pubblico di questo posto non è molto raffinato. Dovendo scegliere, è possibile che preferiscano Alice Spring a Kingman» Dodsman lo dice quasi con tono di scusa.
«Perché allora avete scelto questa data?» dice fremendo Van Der Send.
«Non lo sapevamo quando l’abbiamo fissata» si scusa Hart.
«Comunque lei verrà pagato in qualsiasi caso» dice Dodsman.
«Vorrei ben vedere» Van Der Send si siede affranto sul divano «Quindi è possibile che non si suoni neanche questa sera» dice con un barlume di speranza.
«Qualcuno ci sarà» dice sorridendo Hart «Un paio di brave famiglie che tengono alla buona musica le abbiamo trovate...»
«Va bene, va bene… avrei voglia di riposare un poco visto che il pianoforte non è ancora accordato...»
«Ah, l’accordatore tarderà un poco, arriverà verso le sei, sei e mezza… quindi non è necessario che si precipiti in teatro» chiude Dodsman alzandosi.
Van Der Send allarga le braccia sconsolato e sale la scala.
Tutto come da copione. 
«Dovrei ritirarmi» dice sospirando mentre, coricandosi, rientra con la mente nel suo piccolo perfetto auditorium personale.
Viene accolto dal consigliere 1, un ragazzo biondo atletico che scuote la testa: «Non preoccuparti. Capiranno la tua arte quando sarai morto»
«Grazie per l’incoraggiamento» gli risponde secco Van Der Send «Qualche soddisfazione mi piacerebbe già adesso»
Il consigliere 2, una ragazza meravigliosa, dal seno perfetto, sbuca da una porticina sul palco. Si siede sullo sgabello del pianoforte e schiaccia qualche tasto.
«Scusa, non riesco a concentrarmi» le dice, aspro il pianista.
«Perché devi concentrarti? Perché devi dormire?» gli chiede lei ingenuamente «Per questi quattro bifolchi non è necessaria nessuna concentrazione»
«Sono sempre nervoso prima di un concerto, lo sai» ribatte Van Der Send.
«Per questo sei quello che sei» sfotte il ragazzo.
«Non ho bisogno che me lo ricordi, grazie» strilla il pianista.
«Nervoso oggi?» dice il ragazzo  rivolgendosi alla ragazza che annuisce.
«Dovrei ritirarmi?» chiede lui d’improvviso ai due, con la voce tremula.
«Vuoi sapere quello che pensiamo?» il ragazzo lo fissa negli occhi.
Van Der Send li guarda seccato: «Ve l’ho chiesto apposta. Siete una parte di me no? Quella che dovrebbe consigliarmi»
«Beh, considerando il fatto che il tuo pubblico più numeroso è stato di quaranta persone… quella volta a Wichita» inizia la ragazza.
«Quarantasette, prego» la interrompe stizzito.
«Vabbé quelli che sono, non fa molta differenza che tu continui o no. Ma se ragioniamo sulla tua autostima…. Forse un ritiro onorevole sarebbe auspicabile...»
«La smetteresti di correre di qua e di là per tutti questi fetidi buchi di teatro riempiti… cioè con dentro qualche cretino che non capisce niente… potresti dedicarti alla tua musica, quella che ti piace».
«E come faccio a vivere?» pigola lui.
«Guarda che già adesso non vivi.  Devi fare un sacco di cose umilianti per sbarcare il lunario… Non spendi più per i viaggi e...»
«Mi avete seccato. Voglio dormire» dice improvvisamente il pianista voltandosi su un fianco e facendo scricchiolare paurosamente il lettino. L’auditorium e tutti quelli che lo popolano si dissolve nella parete sulla quale sono appesi i poster consunti. Van Der Send adesso ronfa sul lettino.
 
«C’è qualcuno in sala?» chiede Van Der Send agitato, aggiustandosi il papillon rosso dell’enorme frac che indossa.
«Qualcuno, sì» dice Dodsman indifferente sbirciando dalle quinte la sala  pressoché vuota.
Van Der Send si fa aria con un minuscolo ventaglio di paglia: «Il condizionatore...»
«Non funziona, è in riparazione. Ma stasera non fa tanto caldo. Direi che possiamo cominciare»
Le luci si spengono in sala.
Van Der Send entra sul palco, accompagnato da qualche stracco applauso.
Sbirciando tra le luci che lo accecano intravvede una quindicina di persone. Sul fondo, visibili solo a lui, i suoi due consiglieri occupano come al solito due posti nell’ultima fila. 
Poco più in là il tassista che l’ha accompagnato fin lì e che lo riaccompagnerà di nuovo all’aeroporto. Gli fa un cenno di saluto.
Van Der Send scuote la testa, si siede allo sgabello, si concentra e comincia a suonare.