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Storie della Fondazione per la Normalizzazione della Terra

 

L’uomo sputò sangue. Attraverso le labbra fracassate dalle botte colava un fiotto rossastro che si allargava in una macchia sull’asfalto.
Un altro calcio, preciso, gli arrivò in faccia fracassandogli quasi il naso. Il dolore fu così forte che l’uomo svenne.
«Lo ammazziamo?» chiese un ragazzo con la testa grossa  e il collo taurino. Aveva un’espressione stolida accentuata da due occhi rotondi, grandi, tanto chiari da sembrare quasi bianchi.
Il capo, un tipo segaligno si passò la mano sulla testa rasata, raschiando via il sudore.
«Feccia» disse sputando sul corpo riverso.
L’uomo rinvenne ma rimase immobile, squarciato da ondate di dolore: «Mi sono lasciato fregare» pensò annebbiato.
Rivide gli inseguimenti tra le capanne e gli incendi dei piccoli palmeti intorno ai villaggi: «Lo sapevo che sarebbe toccato a me» si disse faticosamente.
Poi improvvisamente, esattamente come allora sentì un’ondata di rabbia gonfiargli i muscoli delle braccia. Sì, non era giovane come allora ma qualcosa lo aveva imparato.
Il ragazzo magro si avvicinò per completare l’opera: «Potremmo bruciarlo» disse ridendo.
In quel preciso istante, proprio come aveva imparato a fare in mezzo alla jungla l’uomo scattò.
Afferrò le gambe del ragazzo e lo fece crollare a terra. La botta fece mancare il fiato al ragazzo. L’uomo gli fu sopra: il sangue che colava dalle ferite stillò sul viso del giovane che venne stroncato da due poderose gomitate alle tempie. Quando si alzò l’uomo rivelò tutta la sua corporatura: era un barbone, è vero, ma aveva due braccia come due tronchi di quercia. Afferrò quello con la testa grossa e gli diede un colpo di fronte che parve sfondargli il cranio. L’altro crollò a terra senza un gemito.
«Qualcuno vuole la sua parte?» tuonò l’uomo verso il resto della banda, con una voce leggermente nasale.
I ragazzi si guardarono impauriti e filarono via tutti. L’uomo prese i due che si lamentavano a terra e li buttò in un cassonetto della spazzatura, raccolse le sue cose, cercò di tamponarsi le ferite alla bocca e al naso e si allontanò imprecando.
D’un tratto una piccola utilitaria parcheggiata in strada accese i fari e iniziò a seguirlo.
L’uomo alzò gli occhi al cielo.
«Chi cazzo c’è adesso?» ringhiò. Sbatté a terra i suoi quattro stracci e si diresse verso il minuscolo abitacolo.
Prima che sfondasse il vetro con un pugno le porte si aprirono e scesero due individui.
«Complimenti» fece quello più basso con un ironico applauso «Vi siete lasciato alle spalle quello che avete appreso durante gli anni passati nei marines. Vi hanno, perdonate la parola, fregato per bene» concluse accennando al volto insanguinato.
«Stavo dormendo, George. Lo avete visto» rispose rudemente.
 «E poi» continuò l’altro ignorandolo «Mi pare che le vostre condizioni di vita siano alquanto… precarie» disse lanciando uno sguardo ai sacchetti di plastica pieni di cianfrusaglie a terra.
L’altro lo squadrò furente, poi cercò di ricomporsi: «Mi sta bene così» rispose asciutto.
Raccolse le sue cose e fece per andarsene.
«Mark è ancora vivo» disse George.
L’uomo si arrestò di botto e si voltò, il viso imporporato.
«Che cosa hai detto, bastardo?» sibilò avvicinandosi minacciosamente.
«Non è mai morto. Ho fatto qualche indagine»
«E dove sarebbe adesso?» chiese l’uomo con un visibile tremito alle mani.
George sorrise: «Molto più vicino di quanto voi pensiate» disse, freddo.
L'uomo stette a torcersi le mani per qualche istante: «Non ci credo. E tu sei un maledetto fottuto bugiardo. Come sempre. NON TI CREDO» strillò.
L’accompagnatore portò la sinistra sul petto, dentro la giacca. L’altro lo fermò con un sottile gesto del capo.
«Ho bisogno di voi» disse poi gelido, rivolto all’uomo «Se vi dimostro che ho ragione mi farete un ultimo servizio, e poi vi lascerò in pace».
«Lasciatemi stare adesso» disse «Sono stufo di voi e dei vostri complotti» sospirò «Sto diventando vecchio e non ho più voglia...»
«La verità per un piccolo servizio e poi la vostra coscienza in pace...»
L’uomo si avvicinò entrando in un cono di luce che pioveva da un lampione: «George Habelhas, io vi conosco meglio di chiunque altro. Avete rovinato la mia vita, grazie a voi ora sono quello che sono, non vi permetterò di farmi ancora del male. Voglio sapere la verità su Mark, e poi farò per l’ultima volta quel che mi dite. Ma badate… se state mentendo vi ucciderò, dovunque voi siate come un maiale al mattatoio. E voi sapete...» e si fece sotto al suo interlocutore «che io faccio SEMPRE quello che dico»
L’altro non si spostò di un millimetro, rimase in silenzio qualche istante: «Sapete Max, io tendo sempre a dare fiducia agli altri. A credere loro. A credere in loro. Sono convinto che non vi sarà necessario uccidermi alla fine. Ma le condizioni in questo caso le detto io: farete quello che vi chiederò e poi avrete la verità»
L’uomo sospirò: «Mi avete già fregato altre volte. Non se ne fa niente»
«È una missione della massima importanza. Dovrete solo fare il corriere» disse Habelhas.
«Come minimo tenteranno di spedirmi nell’aldilà venti milioni di volte. Conosco le vostre missioni facili»
«Non questa volta. È tutto così segreto che nessuno sa nulla. E voi porterete la merce che vi daremo in un certo posto e la lascerete dove vi diremo. Tutto qui»
«Spese a vostro carico» disse Max
«Ovviamente» disse l’altro porgendogli la mano. Max la guardò schifato, mise le sue in tasca e poi disse: «Va bene».
Habelhas ritrasse la mano, fece per andarsene poi gli chiese: «Max quanti anni avete?»
«Lo sapete» tagliò corto l’altro.
«No davvero, non lo ricordo in questo momento»
«Come se avesse importanza: cinquantanove e qualche mese» disse Max sgarbato.
«Nonostante le condizioni in cui vivete li portate bene. Ve ne avrei dati cinque o sei di meno»
«Vada a farsi fottere Habelhas. Vi farete vivi nel solito modo?»
«Penso di sì» disse Habelhas risalendo sull’utilitaria insieme al suo compare.
«Quando?»
«Non so con precisione. Devo finire prima alcune cose...» rispose enigmatico Habelhas.
«Segreti, sempre fottuti segreti» disse Max sputando per terra.
Raccolse le sue cose sparì nella  nebbia di quella notte.
Quando fu sull’auto, il suo segretario, Oeyeff chiese, mentre avviava il motore: «Siete sicuro?»
«Max ha sempre lavorato bene per noi» rispose Habelhas.
«Questa non è una volta come le altre»
«Quando dovrà svolgere il lavoro avrà sessant’anni compiuti» fece Habelhas quasi sovrappensiero: «Potrebbe essere il primo ad andarsene».
La macchina partì sgommando con un sobbalzo.
«Gradirei una guida più tranquilla» disse Habelhas tagliente.
«Non sono abituato a queste trappole» disse Oeyeff. Arrivato davanti a una saracinesca, premette il tasto di un telecomando.
La saracinaesca si aprì rivelando una officina pulita e ordinata.
I due scesero e risalirono su un’auto nera con i vetri oscurati.
Mentre se ne andavano Habelhas si volse verso Oeyeff: «Mi è sembrato d’essere fuori posto, Boris. Di spiare qualcosa di vergognoso, questa sera»
Il segretario guidava assorto per le vie della città. Quando si fu immesso in una grande arteria che andava alla confluenza delle principali autostrade si rilassò e disse: «Avete ragione, il tempo per queste sortite notturne in incognito è finito»
Habelhas accennò di sì con il capo, poi cercò di rilassarsi per assumere una forma neutra di pensiero che gli consentisse di riposare per qualche ora, finché non fossero giunti a destinazione.