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«Esecuzione immobiliare, lotto n. 2357/a» gracchia l’usciere della sala del tribunale dove l’ufficiale giudiziario sta procedendo alla vendita all’asta del lotto n. 2357/a.
«Proceda, proceda» incalza il giudice asciugandosi gocce di sudore che stillano  dalla fronte sulle carte  sparse  della scrivania «Quando ripareranno l’aria condizionata, ragioniere?» chiede poi ficcandosi il fazzoletto umido in tasca.
L’omino al tavolo accanto alza le spalle: «E chenne sappiamo dotto’? Abbiamo mandato la segnalazione due settimane fa….»
«Vabbé, andiamo avanti» dice il giudice al rumoreggiare del pubblico in sala.
«Trattasi di un castello di fabbricazione dei primi del novecento, dismesso, in precarie condizioni in località Castellamare denominato Palazzo Helsig dal nome del suo costruttore che….»
«Tagli ragioniere… qui si muore» si spazientisce il giudice.
«Eh, ho capito. Ma bisogna rispettare la procedura» ribatte l’omino.
«E rispettiamola ma facciamola corta, per cortesia...» fa l’altro sbuffando.
«Dunque, la superficie è di 2400 metri quadri  suddivisa in due piani più un rialzo… L’immobile in questione è stato trasformato in albergo e ora è in disuso per il fallimento eccetera… Prezzo base un milione di euro»
Un mormorio si leva nella sala.
«Dottore, non è che l’abbiamo messo un po’ basso ‘sto prezzo?» chiede a bassa voce al giudice.
«Ma l’ha visto com’è conciato? Chi se lo carica deve spenderci cinque volte tanto...» sussurra il giudice.
«Un milione e cento»
«Uno e duecento»
«Uno e cinquecento»
«Due milioni» la voce che propone il rialzo rimbomba sicura nella sala e ammutolisce gli altri contendenti. Mentre l’usciere attende qualche altra offerta, si alza un uomo massiccio vestito con una camicia a quadri che si guarda intorno con aria di sfida.
I due che prima giocavano a modesti rialzi si guardano in faccia e alzano le spalle.
«Vabbé…. Due milioni uno… due milioni e due… due milioni e tre…. Aggiudicato al signore con la camicia a quadri… vuole venire per perfezionare l'offerta per piacere?»
«Allora abbiamo finito questa mattina?» chiede sollevato il giudice.
L’usciere fa un cenno seccato con la testa e mentre, finalmente libero, il magistrato esce precipitosamente dalla sala, l’omone arriva per firmare l’atto di acquisto.

 
Orbene è da conoscere che il professor Gastaldi Cerutti Fiorenzo, l’uomo in camicia a quadri presente all’asta, avea la caratteristica d’essere un individuo testardo. Lo lamentavano sempre i suoi figli: «Quando papà si mette in testa una cosa non gliela leva più nessuno» riferendosi a certe durezze di carattere che nel corso della vita e con l’avanzare dell’età s’erano rese vieppiù spigolose e meno controllabili da parte dell’orbe degli esseri umani. Egli infatti tendeva a interpretare il consesso civile come una manica di concorrenti o di ostacoli sempre tesi a ficcargli un bastone tra i piedi per farlo cadere o per contendergli qualche risultato, seppure modesto e del tutto privo di valore economico o sociale.
Era andata così, argomentava spesso tra sé e sé, ch’egli s’era dovuto accontentare del suo posto fisso nella scuola mentre avrebbe assai meritato ben più alti traguardi, se solo non gli si fossero sempre frapposte persone malvagie che volevano la sua rovina o quantomeno desideravano lasciarlo in disparte, godendo magari – rabbia somma – del suo lavoro per fregiarsene davanti a chi contava con lo scopo di ascendere, mentre a lui toccava rimanere al livello della gavetta.
E dire che di idee ne aveva il Cerutti, e grandiose. In particolare una lo solleticava sin da quando era ragazzo.
Appena fuori del suo paesello natio che nomavasi Castellamare, essendo esso situato sul colle Castello che dava alla splendida Baia della Rena Bianca, su un poggio magnifico v’era l’abitazione dei genovesi Pastorino Safrano, una famiglia d’ingente sostanza ch’avea pensato nei primi anni del passato secolo nientedimeno di farsi costruire dal magnifico architetto Helsig un castello  di foggia medievale in puro stile neogotico nel quale andavano i proprietari di volta in volta a svernare o a trascorrere qualche scampolo d’estate quando non erano raminghi pei mari su qualche loro ‘yachte’ come usava dire sua madre. E lui quella casa l’avea vista e la conosceva assai bene perché essa madre veniva impiegata stagionalmente come donna di pulizia o di camera se vi fosse la necessità di maggior servitù per la presenza dei magnifici possidenti, e quando ciò avveniva, per la picciola misura d’anni del di lei figlio ella usava portarlo con sé, soprattutto quando si dovea preparare la magione per l’arrivo di tutta quella masnada di capostipiti, figli, nipoti e bisnipoti venienti a turbare la tranquilla calma del dolce ostello marino.
Oh, come ricordava l’agitazione per l’incipiente comparsa del clan familiare, la governante a dare ordini per la perfetta pulizia; il maggiordomo, un attempato omino ingessato in una livrea scura col cravattino bianco immacolato correre di qua e di là a ordinare, dare di voce con malagrazia alle servette che non polivano secondo i suoi desideri, essendo la padrona di casa “assai esiggente” come egli andava continuamente dicendo, asciugandosi il collo con una pezzuola azzurra di ugual stile della livrea della servitù.
E ricordava il Gastaldi anche com’egli stesso, bambino, osservando attonito tutto il gran daffare,  pareva risentire di quell’agitazione e come la sua mente sfrenava nel sognare d’essere lui il padrone di tutto quel Bengodi e come egli si sarebbe portato con la stolida servitù se avesse avuto tra le mani il bastone del comando, come sarebbe stato orgoglioso d’invitare magnanimamente i suoi sodali in quel luogo di delizie e di lusso; com’egli pure, nonostante la magnificenza, avrebbe apportato qualche cambiamento nell’arredamento e vedeva se stesso seduto nei salotti stracolmi di broccati e di mobilia fina mentre riceveva il fior fiore della possanza locale che adiva col cappello in mano, confusa da siffatta nobiltà ch’egli, grandioso, avrebbe profuso con la generosità di chi vuol far ben intendere chi l’era il padrone a quelli che prima lo cacciavano col piede o gli davan la baia per il mestiere del padre ch’era vinattiere, il più delle volte ‘mbriaco da perdersi nei fossi della strada al ritorno alla magione a vomitare un gorgoglio rosso tanto era il licore stivato nel suo stomacaccio. Quanto l’aveva odiato da giovane quella bella specie di genitore, e ricordava anche la benedizione ch’avea levato al cielo il giorno in cui per un colpo apoplettico quegli li aveva lasciati miserabili ma liberi almeno.
Tutto questo per lui significava il castelletto della sua infanzia, un irrealizzabile desiderio di compensazione per tutto ciò che non avea avuto, il focoso sentire d’essere pari se non migliore a coloro che non aveano mosso un dito per meritare quello splendore ch’egli doveva osservare dietro il vetro della sua miseranda condizione sociale. Sì: era stato così, finché una notte egli avea deciso di darsi alla cultura per pareggiare almen nello spirito l’impareggiabile divario economico.
Divenuto professore, tuttavia il tarlo di quel rosicaccio continuava a traforargli le cervella: con quanta maligna soddisfazione avea poi visto quella famiglia lentamente andare in malora per quel mal arnese del figliuolo ribelle del capostipite che spendeva tutto il bene di famiglia dietro gonnelle e culi vari, incapace persin di pulirsi con decenza il suo di culo, babbeo come un asino, capace solo di farsi spennare da puttane e trovieri di ventura che popolavano le sue notti, proprio quelle notti in cui il Gastaldi Cerutti da lontano vedeva splendere le luci della villa fino a mattina e mandava maledizioni all’incapace, mangiandosi il livore e rodendosi dentro per l’invidia. Fino al punto in cui l’inutile avea iniziato a vendere l’arredo quando le aziende di famiglia erano fallite per il suo disinteresse ed egli s’era trovato tra le mani un badeau impossibile da mantenere. Costui avea finito per cercare di venderlo il castelletto, ma malconcio com’era nessuno l’avea voluto, per il doppio che ci sarebbe stato da cacciare oltre quanto s’avrebbe avuto da pagare pagare l’imponente edificio turrito, merlato e desolato.
Morto alfine prematuramente l’erede in circostanze poco chiare e non avendo successioni dirette il bene era stato incamerato dal Tribunale e acquisito dal Comune, ma, forse per le tante maledizioni che il Cerutti gli avea inviato, pareva che tutti coloro che finissero lì dentro a svolgere una qualche attività si immalinconissero al punto da far fallire ogni possibilità d’utilizzo, fin quando il sindaco, stufo di dover ripianare debiti non decise di chiudere l’inutile e nocivo edificio, che s’era intristito vieppiù cominciando a far vedere i segni della decadenza e a divenire ostello per malagente notturna che celebrava riti teppisti con feroce irrispetto. Dopo anni di litigi col vicinato che lamentava i sabba delle notti medie, finalmente il Comune s’era deciso di vendere all’asta il bene in oggetto per un tozzo di pane, rispetto al valore ch’avea, pur di liberarsene, e s’era arrivati al punto che il Gastaldi dopo una vita passata a rodercisi, era finalmente riuscito a metterci le mani sopra.

Il modo in cui egli addivenne alla decisione e alla possibilità di poterlo acquisire fu tuttavia casuale o meglio, come disse egli, fatale, una indiscutibile face del destino che si accese improvvisa nella sua monotona e grigia vita.
Avveniva infatti che una volta all’anno, (e precisamente durante la festa di San Fiorenzo, il sommo epigono paradisiaco del suo nome, cadente il 22 Settembre), egli si concedesse il lusso di una piccola giocata alla lotteria milionaria. Un solo euro per tutto l’anno: il Gastaldi riteneva di poterselo permettere sicuro com’era che non avrebbe vinto mai essendo la combinazione di numeri da indovinare così complessa da esserci una probabilità su venticinque milioni d’azzeccarla. Ma l’anno in cui venne alle sue orecchie la draconiana decisione del Comune di disfarsi dell’incomodo bene, cadendo questa voce il 21 Settembre, egli l’interpretò come un sicuro divino avviso, come l’ultima possibilità che gli veniva concessa per adempire quel compito cui egli immaginava d’essere stato destinato e ch’egli sentiva d’aver quasi fallito, così corse all’altare di San Fiorenzo nella chiesa dei Flagellanti Neri, e parlò più o meno con questi toni all’illustre martire: “San Fiore’, questa volta la grazia me la devi fare. Io non ti ho mai chiesto niente, nonostante ne abbia avuto tutto il diritto ché Nostro Signore Gesù Cristo mi fece intelligente ma sfortunato a nascere nella famiglia di miserabili in cui sono nato, e io del mio ci ho messo tutto il riscatto e son divenuto professore. Ma egli mi ha messo nel cuore l’aspirazione alla grandezza e adesso s’è presentata l’occasione di soddisfare alla voglia di Nostro Signore e io sarei un disgraziato se non volessi obbedire ai suoi ordini. Tuttavia indaffarato com’è, s’è scordato che per poter addivenire al suo volere c’è bisogno di soldi. E allora guarda, Fiore’” e qui estrasse il biglietto della lotteria “Io giuro che se mi fai vincere il concorso, oltre che dare la soddisfazione massima al tuo capo, io porterò qui mezzo milione da elargire in elemosina per la tua anima” e si baciò le punta delle dita.
Che San Fiorenzo abbia ascoltato o che il caso abbia favorito quell’ostinazione, fatto si è che il Gastaldi Cerutti con quella giocata si portò a casa tutto il montepremi, essendo l’unico ad avere il biglietto vincente, e fu un gran montepremi di circa centoventi milioni di euro così sull’unghia.
Sorpreso, instupidito, gioioso e timoroso al tempo stesso, dopo ch’ebbe fatto ritirare in perfetto segreto il premio, con donazione anonima regalò il mezzo milione alla chiesa, il cui parroco per poco non ebbe un malore alla veduta di quell’assegnazione, e quindi si apprestò all’acquisto della villa non appena venne bandita l’asta. Come s’è visto.

E ora egli si trovava davanti al cancello arrugginito, recante un gran mazzo di chiavi che gli avea dato il curatore dell’asta. Respirò a fondo e si apprestò a dare la mandata d’apertura. Quando lo scatto avvenne, gli parve che tutto diventasse immobile. Finalmente il momento era giunto. Finalmente tutto quello era suo. Suo. SUO. Finalmente il riscatto lungamente atteso, duramente guadagnato, s’era avverato. Fiorenzo si riscosse da quel sentimento d’emozione di trionfo e di sgomento al tempo stesso e avanzò tra il giardino incolto. Erbacce e rampicanti imbruttivano il suolo che un tempo era prato perfettamente ripianato, quasi giornalmente, dal giardiniere.
“tornerà tutto come prima” disse egli stesso con se stesso, agognando a quel passato. Giunto davanti al portone che egli ricordava lucido, lo trovò scrostato. Spinse il battente e quello cigolò lungamente sui cardini. Finalmente entrò in quello che ricordava essere un atrio imbellettato di armature e armi drappeggiate per tutta l’ampiezza delle pareti. Quale non fu la sua delusione quando lo vide voto, pieno solo di scritte blasfeme tracciate, quasi graffiate, su quel che rimaneva dei fregi dipinti, con moccoli di candela liquefatti sul pavimento e fiaccole annerite gittate qua e là. Era tutto uno sfacelo, calcinacci cadenti dai soffitti scrostati tra i quali s’era infiltrata l’acqua piovana. Oltre all’assenza completa di mobilio, tutto era stato vandalizzato di quanto rimaneva. Le carte da parati strappate, l’organo della cappella con tutte le canne piegate, calpestate e ribattute in blocchi di metallo con i quali era stata spaccata ogni suppellettile rimanente.
E poi nelle sale basse il segno delle attività intraprese negli anni che aveano condotto alla demolizione di pareti, alla intonacatura di soffitti a dispetto di tutti i fregi ch’egli ricordava ancora… insomma una tristezza.
Roso dalla delusione completò il giro per tutti quegli ambienti di cui ricordava vividamente ogni dettaglio e poi prese la sua decisione. Egli con il patrimonio restantegli, e gliene restava ancora la più parte, avrebbe fatto rivivere la villa così com’era. Avrebbe ristorato ogni stanza, ogni dettaglio secondo quanto rammentava e avrebbe riportato tutto all’antico splendore: “Dovessi spendere tutta quanta la vincita” si ripromise.
E dato che di quella giocata con niuno aveva fatto parola, neanche con la moglie né con i figlioli, fece iniziare i lavori con gran riserbo mobilitando una selva d’architetti e arredatori, andando  a rinvenire ove possibile sbiadite fotografie e completando ove mancava il tutto con la sua vivida memoria. Pian piano il castelletto riacquistò nova vita ché egli non volle far mancare al luogo ove voleva trascorrere la sua vecchiaia alcuna moderna comodità, sempre camuffata tuttavia nell’antichità che era la cifra dello stile della villa. Quando ogni cosa fu avviata per il verso giusto egli badò anche di farsi vedere il meno possibile colà, se non quando tutto sarebbe stato compiuto perché aveva un progettino in testa che doveva ripagarlo di tutte quante le ingiurie e le umiliazioni che, vere o presunte, egli credeva di aver patito persino in famiglia.
Giunse al punto di riuscire a rintracciare un antico domestico che avea servito colà per più anni. Lo pregò e scongiurò di ritornare a servizio, anche solo per un breve periodo, per spiegare a tutto il resto della servitù ch’egli assunse, in sul finire dei lavori, esattamente a misura di quella che v’era nei tempi dorati, come si svolgesse il compito secondo riti e usanze del luogo che doveano rivivere in nuova stagione.
E giunse il giorno fatidico in cui il direttore de’ lavori gli annunciò che tutto era pronto. Con una scusa sparì per una mattinata intera dal lavoro e si recò alla villa con un misto di trepidazione e di paura. Quando si trovò davanti al cancello lustro di pacca dal quale si intravvedeva la fontana ripristinata gittare sul vascone circondato da un praticello rasato a fino cui lavorava il giardiniere, gli vennero i lucciconi agli occhi. E più commovente ancora fu la visita alla villa ritrovata: ecco le sedie di raso verde ch’egli avea ammirato, i broccati, le poltrone e le lampade, la passatoia rossa sulle scale e tutto quanto s’era vanificato nel tempo eccolo di nuovo lì, tutto per lui.
Abbracciò il direttore dei lavori (che gli avea risucchiato una consistente parte del capitale per soddisfare quel capriccio di far tornare tutto com’era, anzi più bello e sorrideva soddisfatto) e diede ordini alla servitù per il giorno nel quale si sarebbe realizzato il suo trionfo.

 La macchina con la famiglia Gastaldi Cerutti al gran completo arrancava su per l’erta di Castellamare, carica di bagagli.
“Proprio qui, dove sei nato e siamo stati una miriade di volte dovevi trovare l’alloggio per le vacanze di quest’anno?” berciava la moglie insoddisfatta. Egli taceva e ridacchiava tra sé e sé.
Anche i di lui figlioli brontolavano per averli costretti egli a una vacanza “in quel buco di paese dove non succede mai niente e non c’è nessuno” e meditavano di sganciarsi dalla custodia paterna per andare in qualche stazione marittima lì vicino ove fossevi un poco di vita, qualche locale, una birreria…
Egli continuava a guidare muto e silenzioso, senza reagire a tutto quel ciarlare. Giunto al bivio prese la strada per il castelletto.
“O dove andiamo? Dov’è questo alloggio?” disse la moglie.
“Taci e vedrai” rispose lui.
Arrivati davanti al cancello del castelletto, questi si aprì automaticamente come fossero ospiti attesi.
“O dove ci conduci? Questa è una strada privata” chiese la moglie allarmata.
Egli non rispose e guidò per il viale petroso che attraversava un prato magnificamente all’inglese punteggiato di aiole e con una gran fonte nel mezzo.
Schierata al fondo della scalinata tutta la servitù. La Cesira – così si chiamava la moglie del Gaastaldi – sgranava tanto d’occhi e lo guardava con sospetto: che il marito si fosse ammattito tutto d’un colpo? Si chiedeva.
Quando l’auto si fu fermata un maggiordomo in alta livrea le aprì la porta mentre un altro ragazzo fece lo stesso al marito. Mentre ella scendeva senza capire che cosa stesse succedendo egli spiava le sue reazioni e si divertiva un mondo a tutto quello sconcerto.
Anche i figlioli si guardavano intorno, disorientati e increduli.
“Allora vi piace la vostra nuova casa?” disse infine.
“Che cosa è questa storia?” chiese la Cesira facendoglisi sotto.
“Ecco tutto quello che vedi è nostro” diss’egli al colmo della soddisfazione e li invitò a entrare in quella casa mentre gli brillavano gli occhi.
“Tu devi essere matto” gli rispose la moglie, abbagliata da tutto quello sfavillìo.
“Tutto qui quello che sai dire?” gli chiese lui.
“Ripeto: tu devi essere matto” disse lei e poi, rizzandosi e assumendo un contegno ch’egli non le avea mai visto addosso si apprestò ad entrare nel salone brillante di mobili e d’armature.