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I
 
«Signora le finestre sono aperte» dice Lisa. Mia madre si affaccia dal finestrino e guarda le finestre del piano alto del castelletto aperte.
«Spero che facciano prendere sufficiente aria alle camere» borbotta mentre si aggiusta il cappello con la veletta. Nel piccolo scompartimento del vagone Lisa è impaziente come al solito: «Stiamo per arrivare. Signorino, si prepari a scendere»
La guardo di traverso: il treno si sta fermando ora alla stazione e non ripartirà che tra mezz’ora. C’è tutto il tempo. Sto per replicare, ma mia madre mi ferma con uno sguardo imperioso. Abbasso il capo, mi alzo dal sedile, prendo la mia giacchetta, la valigia e attendo in piedi che gli ultimi sussulti del vagone cessino. 
Anche lei adesso si alza e dà le ultime rassettate alla sua mise guardandosi al minuscolo specchio incastonato tra gli arredi del vagone.
«Spero che mia madre abbia fatto venire puntuale lo chaffeur alla stazione. Detesto aspettare tra tutta quella gente» dice mia madre.
«La signora avrà sicuramente provveduto» asserisce Lisa in modo sicuro riguardo alla previdenza della nonna. In realtà tutti sanno che sta perdendo la memoria e che, nonostante l’aria arrogante che sfodera, è una donna sempre più fragile e meno autonoma. Tuttavia il ruolo che le è stato ritagliato in famiglia non si discute e così si continua a obbedire alle sue stravaganze, come quella del concerto per il plenilunio di Luglio, che da tempo immemorabile si tiene in villa e al quale non si può assolutamente mancare. 
Appena fuori dalla stazione la grande e ormai antiquata automobile di famiglia è lì ad aspettare con Gaspare, lo chaffeur della nonna nel suo pastrano kaki.
«Signora» saluta asciutto Gaspare afferrando le valigie della mamma portate da un ragazzino che trascina un carretto strapieno.
«Può farci salire per cortesia? Il viaggio è stato orribile e io sono distrutta» dice imperiosa mia madre.
Gaspare apre la porta dell’auto e mia madre sale insieme a Lisa.
«Rufo. Sali, sbrigati. Non vedo l’ora di arrivare in villa. Ho un terribile mal di testa» dice.
Io obbediente salgo. Quando passo davanti a Gaspare questi fa un cenno di saluto e un mezzo sorriso: «Signorino» mi dice abbassando il capo.
«Salute Gaspare» rispondo io.
Dopo aver caricato i nostri bagagli a bordo, lo chaffeur avvia l’auto che parte rombando dal piazzale attirando gli sguardi curiosi di tutti i viaggiatori che stanno scendendo dal treno.
«Possibile che non abbiano pensato a una discesa un poco più discreta» si lamenta mia madre sventolandosi un ventaglio profumato «è così imbarazzante scendere in mezzo alla folla. Ci vorrebbe un salotto riservato, con un accesso per le auto che arrivi direttamente alla stazione senza doversi mostrare a tutti in piazza.»
«Sarebbe una buona soluzione» dice Lisa.
«Non penso che sarebbe un’idea praticabile» dico io.
Mia madre sbotta: «Mai che si possa dire qualcosa senza che tu dica l’opposto vero?» ribatte acida.
Io alzo gli occhi al cielo e mi raccolgo nel mio cantuccio.
Mentre cominciamo ad affrontare la salita che porta alla villa, mia madre si porta un fazzoletto alla bocca per non respirare la polvere. Questo non le impedisce di farmi la solita paternale: «Cerca almeno di avere un atteggiamento acconcio questa sera al concerto. Sii educato, parla con tutti quelli che ti rivolgono la parola e non intrometterti nella discussione di qualche adulto. Se ci sono i figli del colonnello Alberti non fare lo scontroso e comportati da ospite… premuroso»
«Premuroso?» dico io poco convinto «Non voglio essere premuroso con quel pallone gonfiato di Deodato»
«Deodato è il figlio di uno dei più alti generali del Regno e devi portargli rispetto»
«Anch’io sono il figlio di una famiglia importante e lui deve almeno portare uguale rispetto a me» dico imbronciato.
«Questo è vero, ma la classe è quella che suscita il rispetto delle persone. Finché ti comporti come un melanconico selvaggio non riuscirai a farti valere per quello che sei. Noi tutti aspettiamo con ansia il momento nel quale deciderai di non fare più a modo tuo e finalmente cercherai di essere all’altezza del nome che hai. Ma finché non fai tua quest’idea….» sospira.
«Siamo arrivati signora» dice Lisa. 
«Meno male. Non ne potevo  più» brontola mia madre, attendendo che Gaspare apra la porta della cabina dall’esterno.
Il cortile del Castelletto Rosso è lindo e ordinato, come sempre. Le aiuole sono curate e il prato verde non presenta un solo filo d’erba fuori posto.
Ad attenderci davanti al portale c’è la servitù, in testa madame Flora, la governante.
«Ben arrivata signora. Com’è stato il viaggio?»
«Orribile, come sempre. Il fumo nelle gallerie è intollerabile. Eppure non c’è altro mezzo» dice mia madre con accento tragico.
«Mi dispiace signora» risponde la governante. Poi si rivolge a me: «Buon giorno signorino Rufo». Madame Flora è sempre gentile con me. 
«Buon giorno Madame. Aspetto tutto l’anno di poter assaggiare a colazione le sue brioches» dico sorridendo.
Lei arrossisce: «Domani mattina le avrà, come desidera»
«Se ne potrebbe avere una già adesso?» domando io.
Mia madre interviene, altera: «Domattina andrà benissimo» chiude.
Madame Flora si inchina senza dire nulla, poi si rivolge nuovamente a mia madre: «La signora l’attende nel salotto rosso. Sta tenendo un piccolo té con due amiche.
Mia madre alza gli occhi al cielo: «Non saranno la Vailati e la Strofoli, per caso? Quelle due pettegole sanno bene quando e come infilarsi sfacciatamente dappertutto...»
«Sono loro» dice neutra madame Flora.
«Pazienza. Qui non siamo padroni di casa e sopporteremo» dice mentre raccoglie la veste lunga per fare le scale.
Quando entro nel grandioso atrio del castelletto vengo assalito dalla solita vertigine, dovuta al tempo che lì sembra completamente congelato, immobilizzato. Da quando riesco a ricordare qualcosa, ogni vaso si trova esattamente allo stesso posto, sembra quasi che anche i fiori, abbondanti per l’evento della sera, siano sempre gli stessi.
«La nonna è una maniaca della precisione e della conservazione...» dice spesso mia madre con un misto di ironia e di amarezza. Peccato che il mondo cambi tutt’intorno e che lei si trovi sempre più circoscritta in uno spazio via via più piccolo. Lei lo difende tenacemente ma l’odore di disfacimento, nonostante il lusso dell’arredamento e le tradizioni ferree della casa, si percepisce vieppiù, soprattutto da quando la sua mente ha cominciato a vacillare e rattrappirsi come un foglio di carta stropicciato.
Ci ho pensato spesso. Il nostro paese dopo la rivoluzione fascista è stato sommerso da un collante inusuale che tiene insieme, finché potrà, una strana miscela di vecchio e di nuovo, di cultura e di ignoranza, di aggressività sbruffona e di calcolo politico. 
Dal mio punto di vista, con l’abitudine che ho di guardare le cose in modo disincantato e oggettivo, ho la sensazione che la frana sia già partita e la crescita del partito di Hitler in Germania mi pare la crepa più grossa sul manto di normalità che il Duce cerca di mantenere ad uso degli stolti (cioè della gente stupida che lo osanna in piazza e dice peste e corna di lui in privato). Ma bisogna stare attenti e non mostrarsi troppo estranei al calore pietosamente finto di questa folla senza ragione che in virtù della prima frana, quella del ‘22, ha portato questi grotteschi personaggi a reggere le sorti del paese.
Dal salotto rosso si sentono provenire rumore di chicchere e risatine.
Quando entriamo le due arcigne zitelle si alzano, mentre la nonna ci accoglie freddamente, benedicente, dal suo scranno: «Finalmente siete arrivati» dice.
«Vi saluto maman» dice mia madre accostandosi a lei per baciarle le guance.
«E questo giovanotto quanto è cresciuto?» chiede squadrandomi da dietro i suoi lorgnette con il manico d’argento consunto dall’uso.
Io mi inchino davanti a lei e mi lascio baciare le guance, restituendo ‘con leggerezza’ - come mi hanno insegnato – il saluto che costituisce, in società, un segno di predilezione rigidamente codificato ed esibito.
«Non volevamo interrompere la vostra conversazione...» dice mia madre.
«Via, Selene, siediti con questo amabile giovanotto. Abbiamo quasi terminato, ma ordinerò di portare anche per voi una bevanda rifocillante» e dopo aver accennato semplicemente alla cameriera che attendeva dietro la sua poltrona si rivolge nuovamente alle amiche: «Di che cosa stavamo discettando?»
«Gli inviti» riprende la Vailati cacciando nella sua gran bocca un pasticcino minuscolo come un acino d’uva.
«Ah, sì. Quest’anno stilare la lista degli invitati al Concerto del Plenilunio è stata una pena.»
«Perché?» si informa la Strofoli mentre sorseggia il suo te sostenendo la tazza con il mignolo alzato.
La nonna abbassa la voce: «Il podestà mi ha fatto pervenire un biglietto in cui, con la sfrontatezza che lo contraddistingue, mi fa sapere che avrebbe gradito essere invitato, dato che – in questo momento – è la più alta autorità del paese»
«Cielo che persona volgare» fa la Vailati.
«Voi lo sapete: io non ho mai voluto mischiarmi a quella plebaglia… i fascisti, dico. Gente senza cultura, noiosa, prevedibile. Per questo sono sempre riuscita a evitare di invitarli qui in villa. E anche quest’anno non li voglio. Tuttavia...»
«Tuttavia?» fa mia madre allarmata.
«Per adesso ho mandato una risposta… interlocutoria, in cui non dico né sì, né no. Prendo tempo. Intanto vedo»
Mia madre scuote il capo: «Lo sapete che il conte Bonafussi è stato arrestato?»
«Chi, Edgardo?» fa la Vailati saltando sulla sedia.
«E perché?» chiede mia nonna.
«A teatro quando hanno suonato l’inno fascista, lui non si è alzato in piedi» fa mia madre guardando mia nonna che cerca di evitare quel sotterraneo rimprovero.
«A teatro è a teatro. Qui sono in casa mia e faccio quello che voglio. E io quelli lì non li voglio» sbotta, dura.
«I tempi sono cambiati e questi sono diventati pericolosi» fa mia madre zuccherando il suo te che nel frattempo è le è stato messo sotto il naso dalla ragazza in livrea, piuttosto carina – deve essere una nuova - «Si sono presi il potere e lo maneggiano con decisione. Non bisogna fare passi falsi» 
«Balle» sbotta mia nonna con un’espressione disgustata, facendo fare un salto sulla poltrona alle due dame. Decisamente nella decadenza senile sta diventando sempre più schietta e critica nei confronti delle regole e della buona ipocrita educazione, come la chiama lei.
«Invitare qualche gerarca non ti costa nulla. Tieni anche conto che, ignoranti come sono, faranno una figura deprecabile con tutti gli invitati, posto che ci sia qualcuno che gli parli assieme»
«Gli parlano, gli parlano, non temere, ovviamente per utilità. Però è vero, anche solo la soddisfazione di vederli messi in ridicolo da quel loro pomposo modo di fare mi fa pensare che il sacrificio da fare sia quantomeno fonte di divertimento e di ridicolo – per loro.
«Quindi li inviterete?» chiede la Vailati.
Mia nonna storce la bocca: «Non lo so. Deciderò questa sera» poi chiama la cameriera che la aiuta ad alzarsi dalla poltrona e congeda le invitate.
 
II
 
Quando quelle due parassite sono uscite la nonna rimette la maschera seria, mi guarda e mi dice: «Potete ritirarvi prima del desinare. Immagino abbiate bisogno di un’energica pulizia»
Mi alzo, mi inchino e mi faccio precedere dalla nuova cameriera che mi conduce da Madame Flora,colei che amministra gli appartamenti del castello..
«Come vi chiamate?» chiedo mentre attraversiamo scale e corridoi.
«Rosa» dice timidamente quella senza alzare lo sguardo da terra. Arrossisce violentemente.
Lo studio di Madame Flora è uno stanzino ordinato e profumato di lavanda, con una cassettiera su un lato, una consunta scrivania a ribalta e un enorme casellario pieno di chiavi.
Non appena mi vede si alza precipitosamente e ci viene incontro impedendoci di entrare.
«Stupidella!» sgrida la cameriera «Dovevi chiamarmi, non portarlo qua. Venga, signorino Rufo e scusi la dabbenaggine di questa goffa principiante» 
«Non la sgridi» dico io sorridendo alla servetta che ha gli occhi lucidi e una evidente gran voglia di piangere.
Madame Flora mi fa cerimoniosamente strada passando per lo scalone principale finché giungiamo alla solita camera dove vengo alloggiato quando vengo in villa. Anche qui, come dappertutto, ogni cosa è sempre perfettamente uguale.
«Rosa, prepara la camera da bagno del signorino. L’acqua deve essere appena tiepida, vero?» mi chiede.
«Ricordate sempre ogni dettaglio, da un anno all’altro» faccio io togliendomi la giacchetta che ho dovuto indossare fino a quel momento e che mi tiene un caldo insopportabile.
«Non sarei la governante della vostra famiglia da trentacinque anni» replica con un cenno di noncuranza.
«Rosa seguite il bagno del signorino. Preparate i teli per asciugarsi e badate che sia tutto a posto»
«Sissignora» fa Rosa con una piccola riverenza guardandomi di sottecchi.
Quando l’acqua è pronta congedo la servetta.
«Se avete bisogno di me, io sono nel corridoio» mi dice ed esce dalla camera.
Esco sul balcone massiccio di pilastrini di pietra bianca tutti ritorti. Quest’anno il glicine ha creato una vera foresta di rami e foglie sulle colonnine e la vista sul mare è, come sempre, affascinante. Il sole, centrale nel cielo, disegna un ricamo dorato sulla superficie dell’acqua increspata dal vento. Respiro a pieni polmoni l’aria fresca di salsedine e mi appoggio alla balaustra. Se non fosse per il concerto sarei quasi contento di trovarmi lì. A me piace il mare e il paesaggio marino montuoso pieno di macchia profumata. Purtroppo ci è vietato il bagno nelle acque libere per non dare scandalo – la nonna ha un’idea particolare sul corpo, soprattutto sul corpo esibito attraverso il costume da bagno, una trovata che lei considera volgare  e sconveniente e che quindi non va presa in considerazione in nessun caso.
Mi spoglio ed entro nella vasca piena di acqua tiepida. Mi immergo completamente trattenendo il fiato fino a quando posso.
Dopo essermi insaponato e sciacquato mi guardo intorno ma non vedo nessun telo da bagno nello stanzino. 
«Rosa» strillo con quanto fiato ho in gola.
La ragazza entra frettolosamente nella stanza.
«Mi porti un telo per asciugarmi» le dico.
Lei bofonchia qualcosa e si affaccia appena nello stanzino da bagno. Quando la vedo mi alzo dalla vasca e la apostrofo, strafottente: «Beh? Devo aspettare ancora a lungo?»
Vedendomi così nudo diventa di brace e non sa che fare.
«Su entri. Non ha mai visto nessuno senza vestiti?» le dico.
Lei entra a testa bassa stando bene attenta a non guardare e mi porge il telo, poi si ritira frettolosamente.
Soddisfatto, mi asciugo lentamente. Vado in camera, apro l’armadio e mi preparo per il desinare.
 
III
 
Nell’anticamera della sala da pranzo ci sono un uomo e una donna che non ho mai visto in villa. Quando entro, mia madre è seduta su una poltrona con un libro aperto in mano. Mi inchino leggermente davanti alla donna che ricambia il mio saluto con una riverenza esagerata. L’uomo invece, con un paio di occhiali rotondi di corno, pare perso a contemplare i libri contenuti in uno degli scaffali della stanza e non si volta neanche a salutarmi.
In quel mentre entra la nonna appoggiandosi al bastone.
«La colazione è quasi pronta» dice a mia madre che chiude il libro.
«Ti voglio presentare i due artisti che eseguiranno questa sera il concerto: madame Rosa Raisa, soprano e il maestro Alfano» dice infine conducendola verso i due che si sono voltati al suo ingresso.
«Alfano? Colui che ha completato l’ultima opera di Puccini?» chiede mia madre impressionata.
«Me lo chiese Toscanini» dice l’uomo quasi schermendosi, inchinandosi ed eseguendo un perfetto baciamano.
«Vostro marito?» chiede la nonna in inglese volgendosi alla donna.
«Ha un terribile mal di testa e preferisce di stare in camera» risponde lei in un italiano piuttosto stentato.
Il campanello suona e la porta della sala da pranzo si apre. 
«Faccio servire in camera a suo marito» dice la nonna e confabula un poco con la cameriera che si allontana.
Ci sediamo al tavolo.
«Sai che cosa suoneremo questa sera?» chiede la nonna alla mamma.
Lei fa un cenno di diniego: «Non riesco a immaginarlo» dice.
«Glielo spieghi maestro» invita la nonna.
Il maestro Alfano sorride: «Anzitutto le sette melodie di Chausson. E poi, sempre di Chausson il Poeme de l’amour e de la mer. Ridotto per pianoforte, naturalmente»
«Entusiasmante» dice mia madre senza scomporsi.
«Mi sembra un programma adatto alla serata… una venatura romantica insieme a una ricerca di suono molto audace...» continua Alfano.
«Il tempo mi pare stupiendo» dice madame Raisa.
«Da quale paese proviene madame?» chiedo.
«Byalistock, in Polonia» risponde lei.
«Un paese lontano… come mai si trova in Italia?» continuo.
Alfano tossicchia imbarazzato mentre l’artista diventa terrea. Mi guardo intorno: ho sbagliato qualcosa?
Anche mia nonna si schiarisce la voce poi, amabile, cambia discorso: «Terremo il concerto in terrazza. Come ha detto lei madame, il tempo è stupendo e farò portare il pianoforte sulla pedana qualche ora prima. Così potrà essere accordato a dovere»
«Come ho constatato ieri» prosegue di getto il Maestro «da lì si vede un plenilunio trionfante».
«È perché sono dovuta fuggire da mio paese» dice improvvisamente la soprano posando la forchetta.
La nonna alza gli occhi al cielo e mi guarda fremente.
«Mia cara, ricordare queste cose vi fa male» dice Alfano, nervoso.
«No, no, giovane deve sapere. Sapere che cosa è uno pogrom? Io fuggita da pogrom di ebrei. Mia famiglia è ebrea»
Un silenzio imbarazzato scende a tavola.
Io ho combinato il guaio e adesso devo rimediare. Sfoderando la più perfetta nonchalance chiedo: «Quando è stato?»
«1907» risponde «In quegli anni molti pogrom: massacri, uccisioni, case bruciate. Non è facile vita per noi ebrei»
«Ma qui in Italia...» azzardo.
«Io andata per il mondo. America, Inglaterra, Espagna… io non più cittadina di nazione, io cittadina del mondo. Io non ho patria… come vogliono nemici di ebrei»
Guardo la nonna: «In Germania molti odiano gli ebrei» azzardo.
«Oh, sì. Nemico numero uno è quel Hitler di nazionalsozialisti» conferma disgustata madame raisa.
«Un partitucolo. Non arriverà mai al potere» sentenzia Alfano. 
«Anche Mussolini non doveva arrivare al potere» dice la nonna.
Alfano fa un gesto di fastidio: «Qui è diverso. Mussolini non è antisemita. E poi c’è la Chiesa. E il re. Non gli consentiranno mai di attuare una politica razzista»
«Non ne sono così sicuro» ribatto.
«La tua insolenza è pari soltanto alla tua intelligenza» dice ironica la nonna rivolta a me «Sentiamo un po’ da un politico vissuto come sei tu, quale futuro ci riserva questo cialtrone al governo»
«Ne abbiamo parlato al liceo. Molti affermano che siamo sotto dittatura» affermo con calore.
«Ai miei tempi a scuola si andava a studiare, non a parlare di politica» ride mia nonna.
Mia madre ha gli occhi a fessura e li sposta da me alla nonna alternativamente.
Alfano congiunge le mani davanti al volto: «Ho dovuto prendere la tessera per dirigere il Conservatorio a Torino, è vero. Ma oltre a questo fatto, nessuno mi ha mai contestato nulla»
«Lei è un musicista. Un intellettuale in campo musicale. Lei fa cultura, una cosa difficile da comprendere per quella gente» afferma sprezzante la nonna.
«Maman» sbotta mia madre «Fossi in voi sarei più prudente. Conosco molte persone che per aver detto molto di meno di quel che s’è detto oggi a questo tavolo, sono finite al confino politico»
«Stia tranquilla signora» dice Alfano accomodante «Ho dovuto prendere la tessera ma non sono fascista. Né tanto meno una spia»
«Maestro non metto in dubbio la sua correttezza e la sua discrezione. Parlo per mio figlio. Non voglio che senta o che si abitui a parlare in modo troppo libero e indiscreto. È giovane e potrebbe pentirsi di lasciarsi sfuggire qualche commento di troppo» 
«Madame ha ragione: fascisti picchia chi parla di contrario» interviene la soprano.
«Suvvia» dice Alfano bonario «descrivete l’Italia come una prigione piena di spie»
«E secondo lei non lo è?» dice asciutta la nonna.
La mamma sospira. 
«Abbiamo terminato da poco una guerra mondiale signora. Chi potrebbe essere così folle da provocarne un’altra che sarebbe probabilmente di dimensioni ben maggiori?» dice Alfano riprendendo a mangiare.
«Quando i giovani devono partire, non c’è più nessuno capace di dire che la guerra non ci deve essere. Questo bisogna tenerlo bene a mente» dice la nonna «E quel Mussolini è stato un fanatico della guerra. Io questo non lo dimentico»
«Credo che lo sopravvalutiate. Così come sopravvalutate la possibilità che un nuovo conflitto nasca così, dal niente» conclude Alfano scuotendo il capo.
«Germania molto scontenta. Germania bisogno di capro espiatorio. Germania dice che ebrei sono la causa della sconfitta. Gente ci crede e vota Hitler» Madame Raisa è sconfortata.
La nonna si forbisce la bocca con il tovagliolo: «Mi spiace che la nostra conversazione si sia arenata su argomenti tanto cupi. Tuttavia, ora pensiamo al concerto. Spero che il vostro lavoro sia a buon punto per stasera»
«Sarà un’esecuzione magnifica, soprattutto per la bravura della signora Raisa. E per la bellezza del luogo dove si terrà»
Un sorriso stirato appare sul volto della nonna: «Spero che tutto sia alla vostra altezza. Del resto la mia famiglia non vuole niente al di sotto del meglio. Possiamo ritirarci. Ci aspetta una serata impegnativa e non si può affrontare un appuntamento del genere senza aver fatto un piccolo riposo. Ci vediamo al té delle cinque» dice congedando tutti.
Mentre mi avvio verso la mia camera dopo aver salutato i due musicisti, subito dopo che la mamma è uscita, la nonna mi fa un cenno.
Mi avvicino: «Vorrei avere un colloquio privato con voi» mi dice cercando di trattenere uno sbadiglio. «Vi aspetto nel salotto del caffè alle ...» tira fuori un orologino dal seno «alle 16. Arrivate puntuale vi prego. E possibilmente non fatevi vedere da vostra madre»
Le faccio un leggero inchino con un cenno di assenso ed esco.
 
IV
 
La porta della mia camera è socchiusa. Dentro, mia madre rovista nell’armadio.
«Come ti è saltato in mente di affrontare argomenti così… sgradevoli durante il pranzo?» mi aggredisce non appena entro.
«Vi chiedo scusa maman» dico io «ma non immaginavo...»
«Non immaginavi… è sempre sconveniente chiedere informazioni private durante un pranzo in cui sono presenti persone estranee alla propria cerchia… dovresti saperlo»
«Sono mortificato. Non potevo sapere che madame Rosa avesse dei trascorsi così burrascosi» tento di scusarmi io. In realtà la notevole libertà che la nonna si è sempre presa quando è a tavola con ospiti è il mio punto di riferimento e la mia guida. D’altra parte ritengo la curiosità una delle principali qualità umane e se non riesco a soddisfarla con le opportune domande ho la sensazione di mancare a uno dei doveri che regolano la mia esistenza: quello cioè di sapere e di formarmi un’opinione su tutto, per non dover essere dipendente dal giudizio degli altri.
«A proposito di Rosa… che cosa è successo quando ha dovuto curare il tuo bagno?» chiede stizzita.
«Nulla» mento.
«Era sconvolta. Ti conviene dirmi tutto, anche per ché so già la sua versione…. Ora voglio confrontarla con la tua» mi dice temibile, parlando a bassa voce «Quindi esigo la verità».
La verità. Come faccio a spiegare che quel che ho fatto l’ho fatto così, senza un motivo preciso, seguendo un istinto incontrollabile? Credo che questo sia uno dei comportamenti peggiori agli occhi di mia madre e di mia nonna. La mancanza di controllo è sempre stata bollata in famiglia come il peggiore dei delitti possibili. 
«Avevo terminato il bagno ma quando ho visto che non c’erano teli per asciugarmi l’ho chiamata. Ecco la verità» dico io con innocenza «E poi non era stata assegnata al mio bagno?»
Mia madre emette un ringhio furioso: «Rufo, dimentichi il tuo ruolo. Uno come te non si esibisce come qualsiasi contadino che si lava nella tinozza di casa sua. Spero che ti sia chiaro questo. Specialmente davanti alla servitù. Dove va a finire altrimenti la dignità?»
«Mi sono trovato in una situazione imbarazzante che non ho cercato» ribatto cocciuto.
«L’hai cercata eccome, perché a quanto mi risulta, prima di entrare Rosa si è affacciata per controllare che non vi fosse nulla di disonorevole nel fatto che lei si presentasse mentre tu eri senza abiti. Solo quando lei è entrata tu ti sei alzato mostrandoti in quella indecente condizione»
Adesso è la mia volta di ridere: «Non è andata così»
«Questa è la sua versione» strilla lei.
«Appunto è la sua versione. Non la mia» ribatto furioso.
«Ascoltami Rufo. È da un po’ di tempo che ti osservo e noto in te la stessa esibizionistica propensione di tuo padre, che Dio l’abbia in gloria, e questo non mi piace. È disdicevole. Devi correggerti adesso, dopo sarà troppo tardi»
«Hai ragione, forse dovrei fare il bagno vestito. Così anche se qualche ingenua servetta deve entrare in un tale luogo di perdizione quale la MIA camera da bagno, non rimane sconvolta nel vedere un ragazzo svestito» dico sarcastico.
«Sei un insolente, Rufo, come tuo padre. Vedi di cambiare altrimenti ti disconosco. E sai che lo posso fare» conclude in preda all’ira, quindi esce e sbatte la porta.
Chiudo a chiave la mia porta e per farle un dispetto mi spoglio e mi corico nudo nel letto. Così impara ad anteporre la parola di una servetta alla mia. Quando sbollisco mi rendo conto che ha ragione lei. Intanto però si sta bene nel letto fresco e mi addormento immaginando di essere in una piccola baia ombrosa con l’acqua cristallea del mare  che lambisce i miei piedi.
 
V
 
D’un tratto sento bussare.
«Chi è?» chiedo tirando frettolosamente il lenzuolo sul mio corpo.
«La signora ha chiesto se vi ricordate che dovevate vederla» sento la voce di Rosa dal corridoio.
«Sono rimasto addormentato. Colpa del viaggio. Ditele che arrivo subito.» rispondo.
Quando entro nel minuscolo salotto dei Papaveri la nonna è già seduta alla scrivania impugnando i suoi lorgnette e un ventaglio che agita con energia.
Vedendomi estrae il suo orologino e scuote il capo: «Quindici minuti di ritardo. Mi deludete Rufo, pensavo foste più puntuale»
«Vi chiedo scusa, nonna, sono rimasto addormentato. È stata la fatica del viaggio a provocare in me una tale stanchezza...» dico senza alzare gli occhi da terra in segno di contrizione.
«Smettetela con quell’aria da santerellino. Vi conosco bene e so che non siete affatto pentito. Almeno tra noi, in privato, cercate di essere quel che dovete essere, senza mentire come quando siete con vostra madre».
«Vostra figlia non approverebbe quel che avete detto. Per lei la forma è più importante della sostanza» dico con ironia. Lei stira un sorriso agre e dice: «Così almeno vi riconosco»
Chiude il librone, posa quella specie di occhialetti che tiene sempre vicino al naso e mi fa cenno di sedermi sulla poltroncina che sta davanti alla scrivania.  
«Abbiamo poco tempo e vi devo dire alcune cose importanti. Cose che cambieranno un poco la vostra vita» mi guarda severa: «Inutile aggiungere che non gradisco obiezioni. Farete quel che vi dirò senza protestare» 
La guardo perplesso: mi ha detto più parole in questo breve discorso che in tutto il resto della mia vita.
«Tralascerò l’introduzione che avevo pensato di farvi. Siete in ritardo di un quarto d’ora e vostra madre si sveglierà tra poco. Non deve vederci, altrimenti si metterà in sospetto. Per la riuscita della cosa è necessario che lei non si accorga di nulla fino all’ultimo»
«Perché?» domando io.
«Perché l’amore di madre che in lei è naturale potrebbe distogliere voi dal quel che desidero che facciate e, credetemi, in questo momento ciò non deve accadere»
La guardo sempre più smarrito: la rivelazione di una personalità autentica che ragiona, pensa agisce sotto la scorza di durezza che quell’anziana padrona di casa e capofamiglia ha sempre manifestato, mi ha completamente disorientato. E mi disorienta ancora di più che abbia voluto manifestarla a me, suo nipote, un ragazzo di appena sedici anni.
«Io amo la storia, Rufo. La mia condizione mi ha sempre impedito di seguire apertamente questa mia naturale vocazione ma con l’aiuto di mio marito, vostro nonno, ho studiato molto. Molto più di quanto voi abbiate fatto finora e di quanto presumibilmente farete nella vostra strada di studente»
«Non capisco» dico io.
«Sono rimasta impressionata dalla vostra… dalla tua acutezza. A tavola hai mostrato un’autonomia d’opinione che ha attratto il mio interesse verso di te. Sinceramente ti facevo più simile a tuo padre, vanesio, chiuso in te stesso  e orientato verso una vita dipiaceri in grado di esaurire ogni orizzonte.  Invece mi sono accorta che non è così. Questo ha contribuito ad affrettare la mia decisione».
«Continuo a non capire» ho ripetuto, molto confuso.
«Viviamo in tempi oscuri. La situazione è molto più grave di quanto appaia agli occhi degli sciocchi come il Maestro Alfano. Sta per succedere qualcosa di terribile, ne ho l’intuizione e la conferma se paragono questa era storica ad altre del passato. Ragion per cui ho deciso che tu, in quanto unico prosecutore della famiglia te ne andrai dall’Italia prima che avvenga l’irreparabile. Andrai in Svizzera con il pretesto della frequenza in un Istituto adatto al tuo rango. Questa sarà la copertura. Là tu frequenterai davvero un Istituto adatto al tuo rango ma otterrai la cittadinanza elvetica. Starai là fino a quando tutto non si sarà risolto» 
Il passaggio al tu da parte della vecchia arcigna domina di famiglia mi fa trasalire.
«Perché la Svizzera?» domando.
«Nessuno la attaccherà qualora scoppiasse una nuova guerra» risponde.
«Chi ve lo garantisce?» chiedo io, impertinente.
«Ho qualche conoscenza anch’io» ribatte lei acida.
Taccio: non riesco a trovare nessuna parola per dire qualcosa, rispondere, protestare.
«Che cosa vi fa pensare che ci sarà un’altra guerra?» chiedo alla fine.
«Sarebbe lungo da spiegare. Ma l’onda di questo sciocco modo di porsi nei confronti dei paesi nei quali lo spirito di revanscismo non è così pronunciato come il nostro, mi fa temere che la deriva aggressiva e nazionalista sia iniziata e non si arresti tanto facilmente. Se poi aggiungiamo le notizie che provengono dalla Germania...»
«Capisco» faccio, sottomesso «E quando dovrei partire?» chiedo.
«Il più presto possibile. Dobbiamo però tenere nascoste queste ragioni. Le conosceremo solo io e te. L’unica cosa che andrà sostenuta è che abbiamo trovato un istituto a Losanna adatto a formarti ai gravi compiti di amministrazione dei beni di famiglia che un giorno saranno tuoi»
«E vostra figlia che cosa ne penserà?» chiedo io.
Ride: «Selene è una pavida. E non ha grandi visioni. In questo momento è solo scioccamente preoccupata del risveglio della tua vita sentimentale. Non vuole che ti succeda quel che che è successo a tuo padre….»
Assentisco.
«Ah, evitate per piacere di farvi vedere da tutta la servitù senza acconci abiti» mi dice con freddezza passando di nuovo al voi «Intuisco che siete piuttosto disinvolto perché siete giovane e avete il sangue caldo, ma un adeguato autocontrollo è bene che ve lo imponiate fin d’ora. A vostro  padre è andata bene perché ha ingravidato la figlia di un’ottima famiglia dalle vedute piuttosto aperte prima di andare in guerra e morirvi. Se vostra madre avesse avuto un’altra madre che non fossi stata io, voi probabilmente non sareste mai nato. Non sarebbe appropriato che voi diventaste il padre di un servitore»
«Nonna, vi ricordo che ho soltanto sedici anni» faccio, quasi scandalizzato per la schiettezza con cui mi ha parlato».
«È l’età in cui il sangue tradisce maggiormente» fa lei, impaziente.
Mi alzo: ho capito che il tempo è scaduto e che io sono congedato.
Mentre esco, la nonna mi richiama: «Sono soddisfatta di voi. Avete capito le mie istanze e credo di avere in voi una fedele collaborazione. Vedrete, non ci pentiremo di questa nostra scelta. Voi non avete conosciuto vostro padre a causa della guerra. Ciò non accadrà per i vostri figli» mi dice, poi riapre il libro, impugna i suoi occhialetti e capisco che me ne devo andare.
 
VI 
 
E così questo sarà il mio ultimo concerto al castelletto. 
Devo ripetermelo diverse volte prima che l’affermazione diventi una realtà e non rimanga al rango di una mera ipotesi. Probabilmente quando ritornerò la nonna non ci sarà più e mia madre non sarà  in grado di organizzare un concerto del plenilunio, e poi non lo vorrebbe sicuramente fare. 
L’ultimo concerto. Finora ho sempre considerato questo evento una grande noia, un obbligo assurdo al quale ero tenuto per obbedienza, ma adesso che l’evento sta per essere cancellato dalla mia vita, assume per me un valore nuovo che non avevo mai considerato.
Anzitutto c’è l’incanto.
La luna che sorge sul mare al suono della musica. L’ho vista ormai tante volte, ma devo confessare che è sempre stato un rapimento quasi estatico. Sensazione che ho condiviso con innumerevoli ospiti che sono venuti qui in villa con atteggiamenti diversi. C’è stato lo scettico, il sarcastico, l’entusiasta…. Tutti però, nessuno escluso, hanno trattenuto il respiro quando il disco faceva capolino dalla linea dell’orizzonte marino e iniziava lentamente a levarsi con l’immagine a specchio galleggiante nell’acqua. 
In secondo luogo c’è la sensazione di qualcosa di importante. Ho saputo di gente che faceva carte false per essere invitata. E questo era un totale capriccio – o forse un calcolo cesellato – della nonna che decideva senza appello chi veniva e chi rimaneva fuori. Se potessi scorrere la lista di tutti gli invitati di tutti i concerti sono sicuro che non mi raccapezzerei molto. Un anno la signora Tal dei Tali veniva invitata insieme al marito, poi per cinque anni veniva esclusa. Il sesto anno veniva invitata lei e non il marito. Perché? Mistero.
In terzo luogo, un elemento che mi dà sempre una certa vertigine è la regia che la nonna ha imparato a sviluppare che rende il concerto qualcosa di inimitabile. L’ora dell’inizio, ad esempio, calcolata qualche minuto prima della levata lunare per  permettere agli ospiti di contemplarne il sorgere appena accennata la musica. La scelta del programma, la scelta del rinfresco a seguire, le conversazioni, l’organizzazione delle sedie e dei tavoli… una maniacalità da capogiro.
Arrivano i primi invitati in villa che, come al solito vengono fatti accomodare al piano basso del giardino dove vi sono ampie tavolate di minuscole porzioni di cibo con aperitivi di vario genere. Al pubblico è negata la salita alla spianata dinanzi all’ingresso del castelletto fino a pochi minuti prima dell’inizio del concerto. 
Io mi sono preso la licenza di salirci prima di tutti e contemplo il grande cortile con i tavolini organizzati a grappolo il cui fuoco è la pedana dove risplende, tirato a lucido, il grande pianoforte a coda del soggiorno a piano terra, usato per concerti ristretti, d’élite. 
Guardo attraverso porta sulla ripida e stretta scala che divide i due piani del giardino, e giunge alle mie orecchie un parlottìo disteso. Immagino l’emozione e l’ansia, soprattutto per coloro che per la prima volta assistono al concerto, generate dalla placida e insieme trepida attesa, in questa serena sera di luglio. 
Mia madre si è arrogata la sovrintendenza della mia preparazione, farcita di raccomandazioni su raccomandazioni. Tutte inutili: questa sera non ho nessuna intenzione di fare la testa matta. Il mio abito è ormai molto simile a quello degli adulti, con la differenza che, essendo stato tagliato alla perfezione sulle forme che ha il mio corpo in questa fase della vita, mi sembra che metta più in evidenza del dovuto la larghezza delle mie spalle e il pronunciamento dei miei pettorali. 
«Sembro un barile di vino insaccato» ho esclamato  guardandomi allo specchio dopo essermi vestito.
«Che dici, mon cher...» ha detto mia madre aggiustandomi il cravattino sul colletto inamidato «Peccato per i capelli, un po’ troppo lunghi sulla sommità del capo» ha detto tra sé e sé, arruffandomi leggermente il ciuffo.
«Maman, vi prego...» ho esclamato «ho sedici anni»
«Non stai male con i capelli un poco lunghi, ma non devono ciondolare sulla nuca. Il taglio di Squarotti mi sembra adeguato, tuttavia forse l’abbiamo fatto troppo presto...»
Questo suo ciangottare vacuo mi infastidisce. Vorrei poterle dire ciò che incombe sulla mia mente, e anche l’acuto senso di nostalgia che già adesso permea il mio umore al pensiero che io non vivrò forse mai più un momento simile. Ma mi trattengo, troppa è la complicità che la nonna mi ha chiesto. 
Il maitre della serata proprio in questo momento ha fatto aprire le porte della scala e sento gli ospiti che pian piano salgono. Mi appoggio al muretto pieno di vasi di agavi e aloé a strapiombo sulla roccia. Giù, lontano il cielo si fa di zaffiro e il vento cessa. È il momento magico nel quale la sera subentra al giorno e prepara la notte. Sento invadermi l’animo da una grande pace. L’immobilità sale come un’onda che fissa ogni cosa al momento, al sentire di un solo momento. Tutto ciò che mi ha detto la nonna, la conversazione a tavola, mi paiono ora futili e banali, orribili conseguenze di una quotidianità esecrabile che non regge il confronto con la bellezza da cui siamo circondati. Penso anche a tutti coloro che non riescono a sollevare il capo dalla mangiatoia e sono costretti a vivere di quelle cose, spinti dalla paura di perdere la stima, una carica, il rispetto: tutte sciocchezze che viste da un punto un poco più elevato, dove l’orizzonte si perde sullo sconfinato del mare appaiono ridicole e risibili.
È così che un’amarezza grande per la stolidità dell’umanità mi assale, questa sciocca masnada di pettoruti idioti che ama sedersi sugli scranni per mettersi in mostra, palesare decisioni, intromettersi nelle vicende personali prevaricando il sentire di coloro che li adorano e sono pronti a seguirli in questa lugubre marcia di scontro e di morte. Mi manca quasi il respiro mentre osservo il colonnello tal dei tali accomodarsi al tavolo a lui destinato calcolando con timore se per caso sia stato confinato un poco più indietro del rubizzo commendatore che ha ricevuto la sua promozione con lo stare più vicino alla sedia della padrona di casa. 
D’improvviso mi viene da ridere al pensiero di come la nonna gioca con l’orgoglio e il desiderio di riconoscimento dei suoi invitati. Ella, come una Sorte fredda e inesorabile, distribuisce meriti e demeriti e tutti agognano ai suoi favori con una protervia pari soltanto alla loro dabbenaggine.
«Mio Dio no. Non è possibile. Ma questo è Rufo» sento esclamare dietro di me una pastosa voce femminile. È la contessa Gorgioni, con il suo crocchio di dame ben entrate a corte da cui si fa seguire per ostentare una superiorità perdutasi con la caduta in disgrazia del marito che ha osato criticare il Condottiero.
«Come sei cresciuto. Sei un uomo» mi dice porgendomi la mano guantata che io provvedo immediatamente a baciare con leggerezza.
«E anche molto forbito. Ti devo far conoscere mia figlia» aggiunge.
«Ne sarei felice» mento.
«Aloysia, vieni» la chiama facendo con la manina un morigerato cenno a una ragazza che ride in mezzo a un crocchio di altre ragazze.
«Aloysia ti presento Rufo, il nipote di Adele. L’erede al trono» celia.
Io mi inchino e ripeto il baciamano alla ragazza che mi porge la sua. La osservo di sfuggita nel volto: non è brutta ma ha una certa volgarità di tratti  come ad esempio gli occhi troppo sporgenti e gli incisivi grossi che tradiscono una limitatezza di spirito evidente, non appena scambio due parole con lei. Per fortuna riesco a liberarmi ben presto di quella non gradita compagnia e  posso appartarmi nuovamente nel mio osservatorio. 
Secondo un copione ben conosciuto da tutti gli ospiti che hanno la fortuna di reiterare l’ascolto del Concerto del Plenilunio, tutti acquisiscono in fretta i loro posti, eccetto un individuo vestito bizzarramente con una camicia nera e un ridicolo fez nero che si intrattiene ancora in un capannello ridendo e conversando rumorosamente.
In quel mentre arriva la nonna, barcollando mentre si regge al bastone. Il suo ingresso è simile a quello di un monarca. Passa in mezzo ai tavoli degli invitati salutando brevemente ora l’uno ora l’altro. Quando arriva al tavolo dove nel frattempo si è accomodato il podestà – che nel frattempo si è trovato improvvisamente solo, essendo i componenti del suo capannello scivolati via per non farsi trovare fuori posto – fa appena un cenno della testa stirando un sorriso acido e prosegue ignorandolo completamente.
Finalmente si siede. 
Osservo il punto da dove deve sorgere la luna e intravvedo un bagliore di fosforescenza che sembra impastare la linea dell’orizzonte in un punto ben preciso. Entrano Alfano e madame Raisa. 
A questo punto la nonna si alza in piedi. Tutti la imitano. 
Proprio in quel momento il mare partorisce il disco argenteo. La nonna batte lievemente le mani e tutto lo scelto pubblico applaude a quel miracolo naturale che si ripete ogni mese. 
Sento una travolgente ondata di commozione e mentre l’applauso scema lentamente e tutti si siedono nuovamente, il concerto inizia.
Alfano mi pare un ottimo pianista nell’introduzione del Poeme di Chausson. L’emozione sembra travolgerlo e la sua musica si fa sempre più appassionata, come anche il canto. 
Mentre la luna sale calma nel cielo, attraverso quelle note, quegli acuti mi pare di intravvedere levarsi verso di lei una scala dorata piena di spine, la raggiunge, lei, la numinosa e superna sembianza di luce algida indifferente ai nostri timori, agli orrori di cui siamo origine, alle consapevolezze che ci illuminano le notti e che spesso ci fanno così soffrire.
La musica diviene un canto di sacrificio e di intercessione che non sarà mai in grado di cambiare il nostro destino ma che potrebbe distanziarci finalmente da questa infima condizione per aprirci vie e varchi più nobili e veritieri.
Ed è così che improvvisamente sento salire dentro di me un fremito e poi un empito che taglia in profondità la mia anima, la prende nelle sue mani forti e nostalgiche e la porta lassù, davanti a quel volto così antico eppure così giovane.
E io non riesco a reggere il suo sguardo: di colpo mi appaiono come concentrate in un solo istante ogni pochezza, ogni fragilità, ogni inanità di me, dei miei affini, dei miei associati, della mia gente, dell’umanità intera. La loro infinità, estensione e crudezza generano in me tristezza così acuta che sento scorrere sul mio volto una lacrima.
Una sola ma così calda, cocente, acuta, da comprendere tutta la fine dell’infanzia e il mio ingresso nella miserevole fase dell’età adulta.