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«Eccellenza un nuovo dispaccio da Riad»
L’uomo alzò gli occhi ansiosi dal documento che stava leggendo: «Ci sono novità?»
Il giovane alzò le spalle: «Non l’ho letto, eccellenza»
«Dài qua» disse l’uomo alzandosi dalla scrivania.
Gli occhi scorsero velocemente il breve testo e una smorfia di disgusto o di orrore gli salì alle labbra.
«È successo qualcosa? » chiese il giovane.
L’uomo scosse la testa, posando affranto il biglietto sulla scrivania. Si mise a passeggiare nervosamente nel vasto studio, poi si fermò davanti alla finestra. Sotto, molto più sotto, la piazza circolare con l’ampio colonnato brulicava di fedeli che arrivavano per la preghiera della sera. Stendevano i loro tappetini aspettando che il muezzin modulasse le parole del Libro Sacro.
La fontane collocate nei due fuochi architettonici della piazza sfavillavano d’acqua e creavano, nella calura del mese estivo, baluginii d’arcobaleno.
Fissò intensamente la mezzaluna collocata sull’obelisco. 
«Hanno fatto esplodere una bomba nella moschea di Riad» disse l’uomo.
Il ragazzo sgranò gli occhi: «Non è possibile. Che cosa hanno fatto i servizi segreti?»
L’uomo si allontanò lentamente dalla finestra: «Hanno fatto quel che hanno potuto. Non si può controllare tutto, in tutto il mondo»
«Quanti morti?» chiese il ragazzo.
«Dicono almeno trecento. Forse di più»
In quel mentre si udì bussare alla porta.
«Chi è?» chiese l’uomo.
«Eccellenza, una richiesta di chiamata video da Riad» disse una voce di donna.
«Andiamo a vedere» disse l’uomo e si diresse verso la porta. La segretaria che l’attendeva era molto agitata.
«La connessione è instabile» disse mentre percorrevano i corridoi che portavano al Centro di Comunicazione.
Arrivati nella sala riccamente decorata, tutti i tecnici si alzarono in piedi. L’uomo fece un cenno impaziente di continuare il lavoro e si avvicinò a uno schermo.
«Che cosa è successo?» chiese a un imam nel video che presentava numerose escoriazioni sul volto.
L’uomo iniziò a parlare ma l’audio non giungeva. 
«Eccellenza, la comunicazione è instabile» si affrettò a ripetergli un tecnico, sottovoce.
«Riuscite a stabilizzarla?»
«Ci proviamo» rispose il tecnico.
«Ho udito bene?» chiese a voce alta un uomo segaligno con una kefiah, entrando nella sala dopo aver scansato in malo modo le guardie alla porta «Un attentato a Riad?»
«Perdonate eccellenza» disse una guardia mentre si frapponeva tra lui e quell’individuo che sembrava un ossesso.
«E voi sareste il Gran Muftì Universale dell’Islam, il capo spirituale… la vostra sciocca indecisione vi fa responsabile di questo sangue...» strillò.
«Calmatevi...» disse paziente il Gran Muftì.
«Abbiamo pazientato anche troppo» rispose quello manifestando un’ira a lungo repressa «Le vostre decisioni hanno portato a questo bel risultato… quanti altri morti dovremo ancora tollerare da parte di quei cani infedeli? Dove non è possibile arrivare con la clemenza occorre mostrare l’inflessibilità»
Il Muftì sorrise amaramente: «Vi devo ricordare che cosa ha portato la vostra inflessibilità due secoli orsono? E che cosa è successo dopo? Se siamo qui, non dimenticatelo, è merito del volto umano e misericordioso di Allah, non del vostro… spauracchio guerriero. Del tutto umano»
L’uomo impallidì. Articolò la bocca per rispondere qualcosa, ma l’enormità di quello che era stato appena detto gli impedì di pronunciare anche una sola sillaba.
«Non crediate di cavarvela così. Il vostro pensiero sta diventando minoranza nell’Islam moderno. E quando riusciremo a riconquistare quel consenso che l’infiacchimento dei muslim ci ha negato finora… dimostreremo al mondo che non si possono uccidere impunemente i nostri fratelli. Vi auguro di riuscire a dormire, la notte, pensando a tutti questi morti»
Il Muftì agitò infastidito la mano e una guardia scortò con ferma gentilezza l’uomo fuori dalla sala.
«Abbiamo ristabilito il collegamento, Eccellenza» disse un tcnico.
«Vediamo di parlare con Mussah» disse sottovoce il Muftì.
Il video sgranò di nuovo l’immagine dell’imam che si guardava intorno confuso. Adesso si udivano grida, sirene, un gran tramestio di voci mentre ogni tanto qualcuno arrivava e sussurrava qualcosa nelle orecchie di Mussah.
«Mussah, ci senti?» disse il Muftì indossando un auricolare a sbarra con un microfono a connessione nervale.
«… quattrocento circa… ma forse sono molti di più...» disse l’imam agitato.
«Quattrocento che cosa?» chiese il Muftì. La voce giungeva a tratti: «...corpi. Una strage»
«Non avevate attivato le procedure di sicurezza...» chiese il Muftì.
«Eccellenza… qui a Riad… nessuno aveva mai osato tanto….»
Il Muftì si strinse nelle spalle: «Bisogna usare prudenza. Voglio le procedure di sicurezza in tutte le moschee del mondo»
La voce sparì: si vedeva solo l’imam agitare le mani.
«Non ti sento» disse il Muftì irritato, volgendosi verso i tecnici.
«… una fatwa. Contro gli infedeli. La gente rumoreggia. È quasi rivolta qui» concluse l’imam.
«Non ci sarà nessuna fatwa. Qui ci vogliono indagini e nervi saldi. Catturare i colpevoli» rispose il Muftì «C’è stata la rivendicazione dell’attentato?»
«Sono i Fratelli delle Chiese Congiunte...» disse l’altro.
«Hanno rivendicato loro l’attentato?» insisté il Muftì.
«Non ancora. Ma le voci corrono e l’attentato è simile quello della settimana scorsa a Colonia»
«C’è stata una rivendicazione?» chiese il Muftì ignorando il commento di Mussah.
«No» rispose contrariato l’imam.
«Finché non ci sarà una rivendicazione non voglio dichiarazioni, è chiaro?» disse il Muftì.
«Ma...» tentò di opporsi l’uomo al di là dello schermo.
«Questo è un ordine. Non un invito. Nervi saldi, ricordàtelo» chiuse secco il Muftì e poi si avviò verso la porta della sala.
«Manca ancora che qualche facinoroso rovini tutto il lavoro di questi anni» diceva tra sé e sé il Muftì mentre ritornava nel suo studio. A metà corridoio una segretaria velata fece una piccola riverenza: «Eccellenza, c’è il Kaimekan di Bassora allo schermo»
Il Muftì alzò gli occhi al cielo: «Eccoli qui tutti i cani arrabbiati che vengono all’attacco» mormorò.
Quando si sedette in poltrona davani allo schermo che troneggiava sulla scrivania, il Muftì si impose di rimanere calmo e di sorridere. Questa espressione non piacque per niente all’inerlocutore sullo schermo: «Che cosa avete da ridere?» chiese aggressivo «Questo attentato è gravissimo. Specie nella congiuntura attuale» disse torvo il Kameikan.
«Non più che fosse stato fatto un quarto di secolo fa o due secoli interi...» obiettò il Muftì.
«Va rivista la politica di tolleranza dell’Islam nei suoi fondamenti. La Sharia...» attaccò quello.
«Abbiamo già discusso di questo in consiglio» oppose il Muftì.
«Non c’era ancora stata l’ondata di attentati che sta distruggendo i nostri fedeli» ringhiò il Kameikan.
Il Muftì sospirò: «Occorre conservare la memoria storica» disse infine «Ricordate che cosa successe all’inizio del XXI secolo?»
«Quando l’Islam iniziò il suo ultimo e trionfante periodo di espansione?» disse il Kameikan con un sorrisetto.
«Appunto. Allora fummo noi che iniziammo con l’usare le bombe» disse il Muftì.
«L’intolleranza degli Infedeli ci impediva di fare nuovi proseliti» disse l’altro.
Un’ombra passò sul volto del Muftì: «Spero che abbiate letto qualcuna delle opere che non racconta le cose dal nostro punto di vista e cioè quello di chi ha poi vinto»
«Venerabile Muftì, le opere che voi citate sono custodite forse nella vostra personale biblioteca il cui accesso è negato ai comuni mortali» disse l’altro ironicamente.
«Risparmiatevi l’ironia. Tutto è disponibile per un prezzo assai basso, nonostante la censura, su un qualsiasi repositorio di studi islamici. E mi meraviglio che non sappiate, o che facciate finta di ignorare che quella delle bombe non fu la strategia vincente per la nostra causa»
Il Kameikan assentì lievemente: «Avevo sentito questa storia» disse simulando indifferenza «Mi era stata riferita da qualche eretico. Ma non credevo che voi abboccaste con tanta facilità alle fole che si mettono in giro per confondere gli incerti muslim»
Il Muftì congiunse le mani davanti al volto: «Sapete benissimo che questa è la verità. Come sapete benissimo che non fu la repressione degli infedeli a determinare la vittoria della nostra religione. Anzi: le bombe in qualche momento della lotta screditarono il movimento di conquista a tal punto che neanche più i veri muslim credettero possibile il risultato. Un mondo quasi interamente fedele ad Allah. Intendete? La Conquista, appunto, che avvenne pacificamente un secolo dopo senza colpo ferire»
«È una menzogna» ringhiò tra i denti il Kameikan «Un ignobile modo di screditare il sacrificio di tanti martiri che...»
«...si sarebbero potuti risparmiare per ottenere lo stesso risultato. Io, questo non lo dimentico» lo interruppe il Muftì.
«Che cosa volete insinuare con questo? Che non avete il coraggio di indire una Fatwa contro questi miserabili che tentano di sottrarci i credenti?» disse, fremendo, l’uomo dietro lo schermo.
«Non indirò nessuna Fatwa. Aprirò invece scuole coraniche più libere, dove discutere delle diverse anime e delle diverse sensibilità del nostro amato Islam» disse il Muftì sospirando.
«Voi cedete alle lusinghe di una civiltà che è già morta, prima ancora di cominciare» replicò l’altro furente.
«Io voglio salvare l’Islam. Il cristianesimo capitolò proprio quando insorsero i cosiddetti difensori della fede che si chiusero a ogni dialogo. Fu facile far passare l’idea che davanti a un nemico spaventato  l’unica cosa che ci rimaneva era la guerra santa. E la sua successiva declinazione: una guerra santa fatta di cultura, di dominio interiore. In questo ci stanno provocando i Fratelli Ultimi delle Chiese Congiunte»
«Infedeli così vili da uccidere donne e bambini devoti vanno estirpati con ogni mezzo» contrappose il kameikan.
«Come fecero con noi, con scarso successo. Io invece vi sto indicando la strada per estirparli davvero» disse il Muftì e chiuse la comunicazione.
Dopo aver raggiunto lo studio d’angolo, il Muftì osservò con animo pesante il panorama di Nuova Medina che veniva illuminato dalla luce dorata del tramonto. La venerabile città dei Sette Colli, un tempo centro della cristianità mondiale mostrava le sue cupole e i suoi minareti con una linea d’orizzonte mozzafiato. Il Muftì scosse il capo: «Sempre a combattersi, sempre ad ammzzarsi. Potremo mai un giorno comprendere il significato della parola ‘libertà’?» si chiese.
In quel mentre giunse nuovamente il ragazzo con un dispaccio nel vassoio.
«Che cosa c’è ancora?» chiese con un senso di nausea che saliva attraverso la bocca dello stomaco.
«Mi spiace ma temo che non siano buone notizie» disse il giovane porgendogli il vassoio.
Il Muftì prese il foglio sigillato, lo aprì, lesse brevemente, poi crollò sulla poltrona impietrito.
«È successo qualcosa?» chiede il giovane allarmato.
Il Muftì gli fece cenno di allontanarsi. Quando il ragazzo fu uscito l’uomo si chiuse a chiave nell’Ufficio. E, finalmente solo, potè abbandonarsi a un pianto cupo, disperato e dirotto.