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La conchiglia appesa alla parete oscilla lentamente. Chissà perché. Forse è per il terremoto che le scuote le visioni. Visioni particolari, oberate di lavori subliminali, come indizi che devono per forza condurre verso un punto oscuro che non riesce a focalizzare.

La stanza le ondeggia davanti, le pareti gommose colorate di azzurro e i quadri appesi.

Trilla il telefono.

«Sei tu?» chiede.

«Badiamo di essere pratici» le risponde la voce di Malcolm dall’altra parte.

Paragmatici. Pragmatici era la parola giusta. Lui gliel’aveva ripetuta fino alla nausea, fin quando non l’aveva imparata.

Ma adesso non l’aveva usata.

«Ti ascolto» dice alla fine lei.

Malcolm attende qualche istante poi materializza nuovamente la sua voce nell’auricolare: «Le dune» dice.

Mary assentisce e torna a osservare la conchiglia.

«D’accordo» risponde e cerca di seguire la traccia. Per questo spicca il volo e comincia a sorvolare larghi paesaggi fatti di sale.

Strano come tutte le volte che sentiva lui, le arrivava quasi sempre una traccia marina. Il mare doveva essere qualcosa di importante per loro due, eppure non erano stati una coppia di innamorati convenzionale.

Non avevano mai fatto il bagno nudi di notte, né avevano dormito o fatto l’amore in spiaggia.

«Posso chiudere adesso? Voglio seguire la traccia» dice lei interrompendo il filo del discorso.

«Fai pure» risponde Malcolm e si ode il rumore della comunicazione che si chiude.

Mary butta il cellulare sul letto della stanza ed esce sul balcone, dove ci sono le luci della baia che snidano qualche pezzo d’oscurità del mare.

Il mare. E le dune. Perché proprio le dune?

Mary cerca qualche riferimento nella sua mente. Ma oltre al fatto che una duna è una collina di sabbia, non le viene nient’altro.

«Ci dev’essere qualcosa che non ho considerato» si dice mentre beve un bicchiere di latte.

Era gelido, appena tirato fuori dal frigo. Mary amava il latte freddo, soprattutto d’estate, magari con un’aggiunta di menta.

Va alla credenza per la bottiglia dello sciroppo. Estraendola vede, mortificata, che è quasi vuota.

«Accidenti» fa ad alta voce.

Si trascina fino alla poltrona senza garrire e senza ordinare le riviste sparse per la stanza.

Latte, balcone, poltrona: il triangolo della semplicità legata alle sue vacanze, trascorse da tempo immemore in stanze come quella, in luoghi come quello…

Le dune erano sempre lì. Bisognava andare avanti. Mary le percorre tutte, una a una, sotto il sole. La luce era così chiara da sembrare quasi celeste. Perfino gli occhi si offuscavano e cercavano di intravvedere Malcolm nudo sulla rena, disteso a prendere il sole. Ma quella sembianza si sfocava sempre, e lei non riusciva a cogliere i dettagli del suo corpo. Le dune se lo portavano via. Le appariva, in quei frangenti un enorme sciame di uccelli colorati che cercavano di posarsi tutti sul volto di Malcolm. Lui non riusciva a cacciarli e lei rideva. E altri uccelli arrivavano, frullavano intorno al ragazzo con la forza di una tromba d’aria e la distensione del volo del corvo.

«Bisogna produrre qualcosa» si dice Mary durante una pausa dai suoi pensieri.

Ed ecco levarsi il grecale, forse agitato dal ventilatore che gira a tutta forza. Mary si trova così sballottata su un guscio di noce attraverso uno wadi in mezzo alle dune. L’acqua, un filo d’acqua gelida, corre tra pareti a strapiombo, multiformi e intenerite da colori a strati. Non ci sono rapide, per fortuna, ma in quel nero sole notturno le pareti sono illuminate da lucignoli a nuvole, specie di lucciole stranie vaganti associate a note molto acute di pianoforte.

«Sempre il solito sogno» dice una parte della voce interna di Mary, mentre l’altra si gode le cascate su quel guscio di noce. Le salta tutte e finisce sempre più su, in una gola sempre più stretta che porta a una sorgente nascosta probabilmente in una cavità interna della roccia.

La conchiglia continua a oscillare del suo moto perpetuo, senza indicazioni che possano essere utili per la ricerca.

Adesso un lucore tremola sulla linea della sabbia intravveduta tra le curve della gola, specialmente quella adagiata sul corso del ruscello.

«Qui Malcolm non c’è» si dice con una segreta soddisfazione Mary.

Tempo guadagnato. Quando finalmente l’imbarcazione si arena, la navigatrice treppica un poco sulla traccia che poteva sembrare un sentiero.

È indecisa: se il caleidoscopio avesse funzionato e lei fosse riuscita a penetrare gli avelli di quell’arcano legato alle dune, con ogni probabilità avrebbe potuto pretendere il suo da un farabutto della specie di Malcolm. Ma Mary sa che in segreto lo ama, lo desidera e si sarebbe data tutta a lui se solo lui gliel’avesse chiesto. Ripescando da segreti ricordi di liceale, le viene in mente la scena dei due amanti che si ritrovano nella grotta fresca d’acqua: lui è ferito, lei lo denuda e lo cura e poi di due si amano sopra il muschio.

Non appena intravvede l’anfratto, Mary finalmente si anima, sente un calore partirle dalla vagina e sogna di nuovo Malcolm.

Il fuoco la permea contrastando il gelo dell’acqua, ma tanto è tutto finto: sa che dovrà cospargersi di pomata rubefacente e che dovunque ci sia un taglio dovrà provare dolori infiniti.

Il trillo del telefono la riporta nella stanza, in quella notte-di-quarto-di-luna.

«Hai capito?» le chiede Malcolm.

«Non ancora» gli risponde lei.

Lui, dall’altra parte del telefono, sbuffa, è impaziente.

Vorrebbe averla vicina ma la sua pesantezza lo disturba.

Lei d’altra parte vorrebbe concedersi, ma l’arcano di cui è circondato lo allontana.

Questo naturalmente lui non gliel’ha mai detto, ma lei lo sente, come una forza interna che le rivela le cose più profonde cdi quella testaccia testarda.

«Siamo troppo lontani» prorompe d’un tratto Mary dopo qualche secondo di silenzio al telefono «troppo lontani per portare avanti questa storia»

«Sono d’accordo» acconsente lui.

In mezzo c’è solo il silenzio.

Adesso lei non sa più né quello che deve dire, né quello che deve fare.

La stanza in mezzo alle dune, o forse è una grotta aperta sul fianco roccioso di una gola, non sembra idealizzare nessun movimento. Insomma tutto è come un’onda che s’innalza e si abbassa all’infinito, respiro di un cetaceo spiaggiato sulla rena rovente.

A pensare alle donne che respirano malamente sul bagnasciuga, trascinate lì da qualche pescatore che sta per abbatterle con una bastonata, Mary si sente irregolare. Le viscere si agitano come se milioni di virioni esplodessero in lei e le invadessero il corpo. Così il suo corpo diventa malato e fragile, quello di Malcolm invece rimane forte e desiderabile. Eppure lei si considera ancora bella. Nonostante la malattia, o il desiderio inappagato che evoca richiami di zaffiro nel cielo attuale virato alla notte.

«Malcolm» sospira alla fine Mary. E Malcolm arriva, con la sua pelle brunita dal sole. Sa di acre, e un afrore di zafferano emana dalle sue spalle e dalle gambe. Mary si perde dietro questo odore fin quando le sue parole non risuonano di nuovo nelle orecchie: «Che cosa vuol dire questo?»

«Vuol dire smeplicemente che ci sto pensando» si difende Mary.

«Ah» esclama Malcolm e non dice più niente, anche se non riattacca.

I due si scrutano così in quella soglia senza tempo e senza spazio, come quando due persone cercano di incontrarsi nel modo più profondo che a un uomo e a una donna è dato.

Ma non fanno l’amore neanche allora, forse perché non lo sanno fare, o non lo ritengono importante.

A questo punto Mary è nuovamente sola. Ha sentito il microfono spegnersi e l’auricolare ronzare un crepitio insensato. Chissà perché c’è sempre un ronzio quando si chiude una comunicazione.

Mary pensa che questo sia dovuto a uno sfilacciamento del reale, un fenomeno da interpretare attraverso una forma di capnomanzia non ancora inventata da alcuno sciamano. Ecco, potrebbe essere lei a introdurre questa divinazione avvolgendo di fumo il corpo di Malcolm e rimanendo a guardare le reazioni che avrebbe su di lui.

Ecco quelle possibili:

1. Malcolm svanisce nel fumo e non si trova (o non si fa più trovare) in nessun posto. In questo caso il fumo sarebbe un distruttore (annotarlo per il libro sulla capnomanzia)

2. Malcolm soffia via il fumo e si rivela nella sua nudità così tragica e minacciosa. In fondo la storia dell’uomo mantiene come costante l’occultamento del proprio corpo ai propri occhi e a quelli degli altri per poter salvare almeno una parte della propria interiorità.

3. Malcolm sprofonda dentro il suo corpo e la pelle diventa una tuta di protezione infallibile. Questa è la realizzazione piena della forma d’onda che caratterizza la musica rilassante.

Mary guarda Malcolm. Malcolm guarda Mary.

La conchiglia oscilla sul muro, un poco più forte.

Il fumo invade benignamente la stanza.

Per fortuna sul mare si leva la nebbia.

 

18/03/2017