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Ce l’aveva fatta finalmente. Dopo tanto brigare, cercare, penare, corrompere…
Max sospirò di soddisfazione. Nella cabina di svestizione non c’erano specchi, solo pareti azzurrine di materiale piacevole al tatto, una specie di plastica morbida che aveva però il calore e il profumo del legno. Roba raffinata. Passò il palmo della mano sulla superficie accogliente e fu pervaso da un fremito di piacere.
Tutto lì dentro era studiato per essere gradevole, e anche l’azzurro non era quello degli ospedali, ma ricordava piuttosto una certa profondità luminosa tra cielo e mare.
L’addetto si affacciò alla porta scorrevole: «Si deve spogliare signor Fremay»
«Sì, sì lo so» rispose Max.
Ecco, c’eravamo finalmente. Il signor Fremey adesso faceva parte dell’élite che aveva l’accesso, si disse con un certo empito di orgoglio.
Preferì non ricordare quanto gli era costato quell’ingresso, ma era sicuro di aver speso bene, anzi meglio, il suo denaro.
Quando la porta scorrevole si aprì nuovamente Max era nudo ad attendere l’operatore. Questi lo squadrò con occhio critico.
Accennando alla pancia prominente del vecchio disse, scherzando: «Scommetto che quella è la cosa che lascia più volentieri».
Lo disse in un tono così irritante che Max si trattenne con dal rispondergli per le rime.
Quello era il protocollo e lui lo sapeva benissimo. “Del resto” pensò, provando un sentimento di pietà per quella specie di infermiere, “deve essere abbastanza terribile starsene lì tutto il giorno a governare quell’apparecchio senza poterne avere neanche uno straccio di beneficio”. Come guardare dietro la vetrina qualcuno mangiare ed essere affamati.
Ma non era venuto lì per compatire qualcuno.
Mentre camminava per il corridoio inchiavardato di lamine metalliche disposte esteticamente a formare l’impressione di un tunnel lunghissimo, fu scosso da un brivido.
«Teso?» chiese l’addetto voltandosi verso il signor Fremay.
Max alzò le spalle: «Un poco. Farà male?»
«Che cosa?» chiese l’uomo.
«La fase precedente...» accennò Max.
«La svestizione vera e propria? No, se lei ha già in testa un’idea precisa...»
«Certo che ce l’ho. Ho anche portato una fotografia» disse Max.
«Le foto non servono. È l’idea che deve essere precisa in testa. A volte non è così, allora ci possono essere dei problemi….»
Max lo guardò terrorizzato: «Che genere di problemi?»
«Niente che non si possa correggere… ma è pur sempre una correzione. Io sono del parere che se viene tutto bene subito è meglio»
«Io ho le idee molto chiare» si difese Fremay.
«Non lo metto in dubbio. Assolutamente. Allora sarà una passeggiata» concluse l’uomo fermandosi davanti a una porta di alta sicurezza.
«È qui?» chiese inquieto Max. Aveva la pelle d’oca sulle braccia e sulle cosce. L’addetto lo notò e rise dentro di sé.
“Tutti uguali questi vecchi miliardari. Credono di possedere il mondo e poi hanno paura di un lettino da ospedale”
Scosse il capo e invitò Max ad entrare. La porta frusciò richiudendosi dietro di loro.
L’ambiente era semibuio con una gradevole luce azzurra, soffusa.
Adesso Max era pallido.
«Davvero, il procedimento è sicuro?» chiese con voce tremula.
L’addetto alzò gli occhi al cielo.
«Non deve spaventarsi. Durante la svestizione sentirà solo un’immensa leggerezza. Dovrà concentrarsi sul suo nuovo aspetto. Quello che desidera davvero.»
«E se non ci riesco?» chiese Max.
«Ci pensiamo noi. Ma il risultato non potrebbe essere quello che lei vuole. E il passaggio successivo potrebbe non essere completamente soddisfacente.» disse l’omino con noncuranza.
«Doloroso?» chiese Max.
«Santo cielo, ma lei è ossessionato dal dolore. No, non può essere dolorosa l’irradiazione dell’ingeneratore. Ho detto solo meno soddisfacente di quanto magari lei aveva immaginato. E con il prezzo che ha l’irradiazione...»
«Cercherò di essere concentrato»
«E farà bene» disse l’omino mentre gli applicava i neurodi.
Quando ebbe finito si voltò e disse – a Max sembrò con un’aria sardonica – «Buona svestizione. Vengo a prenderla quando il processo sarà completato» e se ne andò, o meglio sparì – letteralmente sparì – dalla sua vista.
Un formicolìo intenso ma non spiacevole cominciò a pervadergli tutto il corpo fin quando non si sentì assolutamente leggero. Provò il desiderio di fluttuare in quella stanza e inziò a sollevarsi e a volare come una libellula su e giù senza il minimo sforzo.
Mentre volteggiava euforico vide stramazzata sul pavimento  una disgustosa vecchia carcassa di carne e pelo, sformata dalla vecchiaia. Si ricordò allora dell’immagine di riformazione e si concentrò con forza. Pian piano, mentre riacquisiva massa iniziò a declinare verso il basso fin quando non si posò a terra su rinnovate, elastiche gambe.
Pian piano il suo nuovo giovane corpo si completava, secondo il suo desiderio fin quando la porta scorrevole si aprì con uno sbuffo e l’addetto entrò con un accappatoio.
Lo guardò approvando  e fece cenno a due sgherri di portare via il vecchio corpo esanime di Max Fremay.
«Che cosa gliene pare?» disse Max con una voce che non era la sua, bensì quella di un ragazzo giovane, sui diciott’anni.
«Un buon risultato. Davvero. La sua idea era decisamente chiara» rispose l’addetto porgendogli l’accappatoio.
«L’ho coltivata per vent’anni. E adesso….» fece guardandosi le mani lisce e la sottile peluria bionda delle braccia.
«Non è ancora finita. Adesso viene la parte migliore» disse l’inserviente.
«Che cosa può essere migliore di questo?» disse Max scoppiando di vitalità.
«Non ha ancora provato niente, glielo assicuro. Almeno così dicono tutti, dopo essere stati sull’ingeneratore. Prima però dobbiamo fare qualche esame. In questa fase il suo corpo può avere un margine di instabilità e dobbiamo vedere se fare qualche correzione»
«Io mi sento meravigliosamente»
«Dicono tutti così e non vorrebbero lasciarsi controllare. Poi però succedono i pasticci. Venga con me. È per la sua sicurezza»
Max sospirò e si lasciò condurre attraverso un altro corridoio laminato diverso però dal precedente.

Al di là della solita porta scorrevole della Camera di Decantazione, così c’era scritto sulla targa fuori, un medico dall’aspetto rubicondo con una tuta bianca integrale aspettava Fremay.
«Lui?» fece all’operatore.
Questi accennò un assenso con il capo.
«Soddisfatto signor Fremay? A occhio e croce sembra che la svestizione sia venuta piuttosto bene» commentò il medico.
«Io mi sento benissimo. Non mi sono ancora visto ma è… meraviglioso» disse Fremay.
«Lì c’è uno specchio» disse il medico distrattamente.
Emozionato Fremay si volse verso la superficie lucida del vetro che gli restituì la vista di un corpo vellutato.
«Sono io quello?» chiese, incantato.
«Si questa è la sua nuova immagine corporea» disse il medico. Non si era ancora abituato alle reazioni di tutti quei vecchiardi che, dopo aver abbandonato la loro carcassa si ritrovavano in un corpo nuovo di zecca. Qualcuno sveniva, qualcuno piangeva qualcuno rimaneva muto di stupore.
«Può spogliarsi, per piacere? Dovrei farle alcuni test, disse il medico, professionale.
Fremay si sfilò l’accappatoio senza smettere di guardare lo specchio. Nudo, il suo corpo era ancora più bello, eccitante.
«Che figata» si lasciò scappare.
Il medico sorrise e si avvicinò con uno strumento che pareva uno scanner deprezzatore, come quello delle cassiere dei supermercati.
Glielo passò sul capo, poi sul torace, sull’addome fino all’inguine, sui fianchi e infine seguì il percorso delle gambe fino ai piedi.
Mentre faceva questo, uno schermo si riempiva di dati.
«Tutto a posto» disse il medico quando ebbe finito. Registrò una card e la diede a Max «Può rivestirsi»
Max indossò nuovamente l’accappatoio, poi rimase fermo in mezzo alla sala, esitante.
«Desidera qualcosa, signor Fremay?» chiese il medico.
«Adesso in queste nuove condizioni posso fare qualsiasi cosa… di fisico intendo...» chiese imbarazzato.
Il medico sorrise: «Sessualmente, intende?»
«Anche» rispose Fremay arrossendo.
«A giudicare, lei ha un corpo circa da diciottenne, mese più, mese meno. Tutto quello che farebbe un diciottenne, lei lo può fare, mi sono spiegato?» disse il medico aggrottando le sopracciglia.
«Si è spiegato benissimo» disse Fremay, eccitato.
«Prego mi segua» disse l’operatore.
Fremay accennò un saluto al medico e venne nuovamente inghiottito da un corridoio che terminava alla piazzola di un ascensore di massima sicurezza. Sulla piazzola c’era una bombola rossa con uno spruzzatore.
«Le dispiace appendere qui l’accappatoio? Da qui in poi non si possono portare vestiti»
«Certo» fece Fremay. Anche l’operatore si spogliò, poi cosparse prima se stesso e quindi Max con una nuvola di liquido nebulizzato che aveva un forte odore di disinfettante.
Quando ebbe finito appoggiò il palmo della mano a una placchetta, quindi dispose il volto verso una telecamera che saettò un raggio verde proprio nella sua pupilla.
La porta si aprì.
«Dovremo scendere parecchio» disse l’operatore a Fremay. I due entrarono nell’ascensore e attesero che la cabina scorresse veloce giù verso la grotta dell’ingeneratore.
Fremay non riusciva a distogliere lo sguardo di quei suoi nuovi occhi cerulei al volto delicato che lo fissava dall’altra parte dello specchio posto sulla parete di fondo dell’ascensore.
Era tutto oltre le sue più rosee aspettative. Biondo, atletico, con la pelle liscia e soprattutto bello.  Che cosa poteva desiderare di più. Venne travolto per un momento dalle conseguenze che questo avrebbe avuto nella sua vita futura. Sua moglie, una settantenne acida come un grappolo d’uva andato a male, i figli…. Che cosa avrebbero detto quand’egli si fosse presentato loro in quelle vesti d’Adone… ma non volle pensarci.
«Sono tutto per l’ingeneratore» disse a se stesso.
Quando la corsa della cabina si fermò, parecchio tempo dopo, un sussulto morbido scosse le pareti.
«Prego» fece l’operatore.
«Siamo all’ingeneratore?» chiese impaziente Fremay.
L’uomo sorrise: «Non ancora. C’è ancora qualche formalità e qualche controllo, prima»
Avanzò lungo un ennesimo corridoio vivacemente illuminato, deserto. I due sbucarono in un vasto salone dove una donna, senza abiti, li accolse sorridente.
«Buon giorno, Signor Fremay» disse la donna scoccando un’occhiata eloquente al ragazzo che si trovava davanti.
Lusingato Fremay borbottò qualcosa imbarazzato.
«Mi segua è atteso in ufficio dal dottor Freebe in persona» disse la donna gentile.
Il piccolo corteo si avviò verso l’ingresso di un vasto ufficio a vetrata. Seduto a una monumentale scrivania stava un uomo di mezza età fisicamente perfetto. Non si alzò in piedi quando i tre entrarono.
Freebe invitò Fremay a sedersi.
«Curioso. Le lettere iniziali dei nostri due nomi coincidono» disse brandendo un fascicolo.
Aveva una voce dura ma profonda.
«Già» disse imbarazzato Fremay.
«Si è scelto un corpo giovane» commentò il professore.
Fremay arrossì: «Una volta che si fa il passo è meglio partire dall’inizio» balbettò Max.
«Molti la pensano così» disse asciutto il professore.
Poi chiuse di scatto il fascicolo e perforò Fremay con uno sguardo acuto: «Lei sa che cosa sta per fare vero?»
«Un’irradiazione all’ingeneratore… dicono che faccia miracoli» fece Fremay.
Il professor Freebe rise.
«Un’irradiazione» disse scuotendo il capo.
«Gliela passo perché è giovane» disse poi, severamente «Mastica qualcosa di biocentrismo?» gli chiese a bruciapelo.
«So che è una teoria parascientifica...» iniziò Fremay.
«Il biocentrismo È la scienza» disse Freebe, battendo una gran manata sul tavolo.
«L’ingeneratore è costruito sull’unico diaframma esistente al mondo in cui si incontrano questa dimensione temporale costruita dai nostri sensi e il flusso della vita da cui prende origine ogni cosa. Questo flusso è atemporale e aspaziale. È il tutto, l’infinito tempo e l’infinito spazio in un unico punto e in un’unica e perpetua frazione di tempo. L’esperienza che lei farà la segnerà per sempre. Dopo, avere un corpo come quello che lei ha desiderato e che ora possiede, non significherà più nulla»
Fremay lo guardò deluso: «Io credo che...»
Freebe non lo lasciò finire: «Se è sicuro di poter reggere questa ultra esperienza, allora vada sull’ingeneratore, altrimenti è ancora in tempo per  tornare nella sua dimensione e godersi il suo nuovo corpo senza porsi troppi problemi»
Max rimase pensieroso per un po’. Le parole di Freebe lo avevano inquietato. Eppure lui si sentiva benissimo, come non si era mai sentito prima in quella che ora poteva chiamare la sua vita precedente. Che peraltro cominciava ad apparigli sbiadita e insapore.
«Voglio provare» disse infine con l’incoscienza che forse gli derivava anche da quella nuova giovinezza.
«A suo piacere. Non dica che io non l’abbia avvertita» e congedò il trio.
«Complimenti signor Fremay» disse la donna «Ha passato brillantemente l’esame del professore Freebe»
«Esame?» chiese Max confuso.
«Forse lo ha aiutato il suo aspetto. Freebe di solito è molto più… ostico»
«Io...» fece Fremay.
«Concordo» fece la donna ignorandolo «L’aspetto simpatico di questo giovanotto ha certamente influito...»
«Siamo arrivati» disse l’operatore «Si prepari a un’esperienza travolgente»
Quando l’ultimo portone si aprì Fremay entrò in una caverna di dimensioni ciclopiche. Al centro sul pavimento si apriva una colossale voragine circolare sulla quale fluttuava una piattaforma in perfetto equilibrio. Non era tenuta da cavi o putrelle: galleggiava semplicemente sull’orrido che si perdeva nel buio di quelle abissali profondità. Un minuscolo ponticello collegava la roccia alla piattaforma che era quasi circolare e aveva un incavo a forma di corpo umano sbalzato sullo sfondo. L’acciaio chela formava era sottile e finemente traforato. Dove c’era il posto  in cui distendersi, un sottile strato di feltro liscio rendeva più agevole la permanenza.
«Devo andare lì sopra?» chiese Max deluso. Dentro di sé pensava: “Tutto qui il famoso (e costoso)  ingeneratore?”
L’infermiere e la dottoressa ridacchiarono. Poi la donna gli posò una mano sul petto: «Devo controllare il suo battito cardiaco»
Freyman arrossì, poi si accorse che la mano era rivestita da uno stetoscopio ultrasottile, molto sensibile. La donna auscultò attentamente, poi disse: «Ha il cuore di un ragazzino, robusto come un leone». Guardò l’operatore e si congedò: «Le auguro una straordinaria esperienza, Signor Freyman» disse e se ne andò.
L’operatore si volse verso Max e lo invitò ad accostarsi al ponticello. Poi recitò un discorsetto che doveva aver mandato a memoria: «Perderà la nozione del tempo lì sopra, ma lei non dovrà preoccuparsi: pensiamo noi alla durata della sua permanenza. Anche lo spazio non avrà più senso: sarà un po’ come disperdersi nell’infinito. Alcuni considerano questa sensazione iniziale piuttosto sgradevole, altri la considerano un’avventura esaltante. Dipenderà da lei. Dopo non vorrà più venir via dalla piattaforma, ma dovrà imporselo. Quando in questa sua nuova vita avrà qualche dispiacere o qualche prova dolorosa, ricorderà che cosa è successo qui. Qualcuno dice che l’ingeneratore serve a cacciare anche tutte le paure. Dipende»
Max ascoltava a metà il sermoncino. La piattaforma lo attraeva in modo sempre più possessivo. Senza quasi accorgersi di stare attraversando una voragine senza fondo – era particolarmente sensibile alle vertigini – si diresse verso l’incavo e si distese.
Chiuse gli occhi.
Pian piano venne assalito come da un torpore gradevolissimo e l'ordinamento del mondo che passava attraverso i suoi sensi cominciò a sciogliersi come un pane di cera posto vicino a un fuoco. E il fuoco se lo sentì arrivare da una sorta di spiro gentile e possente che proveniva direttamente dalle viscere di quel buco su cui era sospeso. A proposito: come faceva quel coperchio di metallo a stare sospeso così, stabile, senza oscillare? L’interrogativo gli passò come un lampo nella mente che fu ben presto attratta da qualcosa di molto più attraente: il momento nel quale fu ghermito dall’infinito perse o meglio acquisì veramente una coscienza: la sua.

«Beatitudine» rispose alla dottoressa che testava i suoi organi, uno per uno.
«Non ho mai visitato un paziente più vitale» disse al termine.
«Aveva ragione Freebe» rispose sorridendo Max, perduto nei suoi pensieri.
Poi un senso di vertigine lo colse. Vacillò: «Che cosa mi attende lì fuori?» chiese alla dottoressa, mentre vestiva per la prima volta il suo corpo nuovo.
«La vita» rispose quella, congedandolo. Poi gli sussurrò,mentre usciva: «Quella vera»