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«Maestro. Maestro...»
Galliani si voltò assumendo l’espressione più compiaciuta che sapesse fare. Una donnina dimessa e umile si stava affannando alla sua volta, agitando un braccino scarno. Aveva mani grandi, sproporzionate, rugose e incartapecorite.
Galliani la guardò con degnazione, un poco infastidito.
«Dice a me, buona donna?» chiese.
«Maestro. Siete voi il Maestro Galliani, non è verodisse quella arrestandosi davanti a lui, ansante.
«» disse quegli «sono io»
«Il pittorechiese la vecchia, come per essere sicura.
«Proprio lui» fece l’artista.
La donnina si arrestò a contemplarlo per qualche istante, come se si fosse materializzato davanti ai suoi occhi un qualche angelo remoto divenuto improvvisamente carne e ossa.
«Che cosa desiderate, di graziachiese infine Galliani, spazientito.
«Oh, nulla… cioè...» rispose la donna quasi balbettando per l’emozione «non so se posso....»
Il pittore la guardò superiore, sorrise e attese.
La vecchina cominciò a frugare nella borsetta: «Ecco... da qui a Natale ci sono due mesi… per voi non sarebbe nulla… una cosina… sarebbe per mio nipote…. Ma dove l’ho messa...»
Il Maestro si rabbuiò: ma aveva idea chi fosse colui con il quale stava parlando?
Arnaldo Galliani, ritrattista di fama mondiale, aveva esposto in tutte le gallerie più importanti del mondo: Parigi, Nuova York, Dubai, Tokyo… non esisteva museo che non si contendesse una qualsiasi opera che fosse uscita dalle case di coloro che l’avevano commissionata… C’era gente importante, famosa che per poter avere un suo ritratto aspettava anni, era disposta a pagareletteralmenteuna fortuna.
«Madame» iniziò paziente Galliani «forse non sapete...»
«Ma no, ma no… lasciate che vi mostri mio nipote… ma dove l’ho messa accidenti...» continuava imperterrita la donna senza ascoltare e continuando a frugare e a frugare…
Quell'incontro cominciava a irritarlo. Lui aveva fretta: doveva incontrare un importantissimo gallerista in studio… e quella vecchiarda lo tormentava con richieste ridicole e incredibili. Decise di tagliare corto: «Mi dispiace ma sono impegnato per i prossimi cinque anni» disse con un certo sussiego, cercando di sfilarsi «Se proprio volete un ritratto di qualcuno, venite nel mio studio e parlate con la mia segretaria...» disse ridacchiando sotto i baffi: quando Linda le avesse comunicato la cifra richiesta di solito per un quadro di piccole dimensione quella sarebbe svenuta di sicuro. Cavò dalla tasca interna del soprabito un bigliettino e glielo porse, ma quella continuò a ignorarlo e a cercare nella borsa, bofonchiando mezze parole.
Galliani stava per salutarla e andarsene, quando la vecchia si illuminò: «Ecco… guardate...» e gli porse una fotografia tutta spiegazzata.
Galliani prese l’immagine malvolentieri, ma, quando la vide, il suo cuore si fermò per un attimo.
Da qualche tempo il sommo artista si sentiva agitato. Sogni indistinti tormentavano le sue notti.
Galliani sapeva il motivo. Era l’opera della sua vita a perseguitarlo. Quella ch’egli considerava, sebbene incompiuto, il suo supremo capolavoro. Il dipinto che gli avrebbe regalato l’immortalità.  
Aveva avuto l’idea anni prima, quando era ancora giovane e garzone di bottega: nella sua profetica e visionaria intelligenza aveva subito capito che quello sarebbe stato il suo lavoro decisivo, ma, da buon amministratore di se stesso, aveva deciso di rimandarne l’esecuzione a tempi più maturi. Sapeva che una simile preziosa idea non si poteva sprecare o rovinare con un talento che, seppur notevole, era ancora acerbo. Così l’aveva collocata nella parte più riposta di se stesso e aveva continuato a coltivarla, a rimuginarla per anni e anni. Aveva raccolto tutti i bozzetti, tutti gli schizzi in un voluminoso album. Poi aveva iniziato a fare sporadicamente qualche studio e aveva  collocato ogni cosa sottochiave in un armadio del suo studio. Almeno una volta al mese si chiudeva dentro , rivedeva bozzetti e prove, studiava, prendeva appunti visivi, fogli con tratti sempre più sicuri e decisi, in vista di una realizzazione che, a suo giudizio , era di volta in volta più vicina.
Fin quando, due anni prima, aveva deciso d’esser sufficientemente maturo. Aveva tirato spesse tende in una stanza fino ad allora adibita a magazzino e aveva iniziato.
Proprio come aveva immaginato, l’opera si stava rivelando il capolavoro supremo, quello che ogni pittore attende nella vita, l’unico che lo avrebbe consacrato immortale nel tempo.
Galliani si riscosse da quei pensieri e guardò la donna: aveva un sorriso così contagioso…
«Che ne dice? Vale o non vale la pena di un ritratto?» gli chiese con gli occhi lucidi.
Galliani si ricompose e decise una rapida strategia: doveva vedere di persona quel ragazzo. Sì, il suo Bellerofonte era proprio lui. Il volto, la persona, la figura che gli mancava ancora per completare il tutto. Fino quel momento aveva sfogliato i cataloghi di tutte le agenzie di modelli più famose, aveva battuto scuole e associazioni sportive, aveva mobilitato amici e conoscenti, ma nessuno di quelli che gli avevano presentato era il tipo giusto. Erano anche esteticamente perfetti, ma lui cercava qualcosa… un’espressione, un moto dell’animo, un qualcosa che non riusciva a vedere in nessuno degli aspiranti che avevano provato la strada per finire nell'empireo dell’arte. E adesso, un incontro casuale…. Una vecchia pazza con un nipote che era proprio colui che cercava…. Non doveva lasciarsi scappare l’occasione ma voleva che la cosa calasse dall’alto, senza tradire la brama che lo stava agitando e che smaniava per poter vedere subito il fenomeno, o almeno che appariva tale nell’immagine.
Guardò e riguardò la fotografia studiando di simulare la massima indifferenza, poi dopo aver rimirato bene il volto, i tratti del corpo e aver deciso che sì, era il modello che gli serviva, buttò lì un bofonchio che pareva un mezzo assenso: «Sì, si potrebbe anche fare ma come vi ho già detto sono molto impegnato e….»
«Lo sapevo che avreste trovato interessante fare questo lavoro» lo interruppe la vecchia «Tutti quelli che vedono il mio bambino dicono che è una faccia da dipingere perfetta. Sapevo che sareste rimasto colpito» disse studiandone la reazione.
Galliani finse di essere seccato, poi decise di aprire uno spiraglio: «Avete detto per questo Natale? Mancano solo due mesi… non mi sarebbe possibile….»
La vecchia sorrise: «Oh, ma io sono sicura che fareste in fretta. Un buon soggetto è già un lavoro fatto a metà»
Galliani guardò ancora la fotografia e si sentì cogliere come da un capogiro: l’idea di avere a portata di mano un individuo tanto adatto gli fece rompere gli indugi.
«Mi avete convinto, madame» disse sospirando, come per far capire che stava facendo un grosso sforzo ad accettare quel lavoro «Ma non garantisco che finiremo per Natale. Ci proveremo ma...»
La donnina batté le mani per la contentezza: «Oh, Maestro, la sua… la sua…. condiscendenza è così… così… siete un grande artista, io l’ho sempre saputo. Sapete, vi seguo da quando ero studentessa d’arte, tanti e tanti anni fa….»
«Non sono così vecchio» disse con una punta di disappunto Galliani poi si riprese e per non offendere la vecchia aggiunse: «ma l’arte non ha tempo, in questo avete ragione»
«Bene allora vi lascio la fotografia e ripasserò tra un mese, va bene?» e la donna  fece per andarsene.
«Alt, madame» disse precipitosamente «Io non lavoro così. Non sono un volgare ritrattista da strada. Ho bisogno di vedere il ragazzo prima e durante il lavoro. Non penserete che una fotografia, per di più mal scattata, basti per fare un ritratto? Io devo studiare il soggetto, devo capire la personalità di colui che ritraggo...»
La vecchina fece una smorfia di disappunto: «Ma così rovinerete la sorpresa che intendevo fare a lui e alla sua famiglia...»
«È fuori discussione. Senza una decina di sedute almeno, io non prendo neanche il pennello in mano» disse reciso il maestro.
La vecchina si guardò intorno smarrita: la cosa stava prendendo una piega inaspettata: «Ma mio figlio, cioè suo padre… come faccio a dirglielo… e chi lo accompagnerà...»
«Dove abitate?» chiese Galliani estraendo un taccuino «O meglio dove abita vostro nipote?»
«A Borgo San Salvatore… » rispose la donna esitante.
«Potrete sempre dirle che lui è stato scelto da me per un lavoro e che ho bisogno di vederlo qualche volta. Potrei anche fingere di pagarlo…» azzardò Galliani.
La vecchia si illuminò: «È una splendida idea. Ecco faremo così. Dirò che ho mostrato la foto a un’amica che sapeva che voi cercavate qualcuno e che l’avete trovato adatto a qualche vostro lavoro…. Sì, così faremo tutto senza far sospettare nulla. Come vi posso ringraziare maestro?»
«Lasciandomi il vostro numero telefonico, caso mai dobbiate comunicarmi qualcosa. Ah…  ovvio che se volete che si tenti per Natale dovete provvedere di condurlo in studio al più presto...»
«046 3489102. Questo è il mio numero. Quando posso provare a portarlo?»
«Quando volete. Chiamatemi prima. Sul biglietto c’è il mio numero. Fatemi chiamare direttamente, ditelo alla segretaria che ve l'ho detto io. Abbiamo bisogno di fare tutto con la massima urgenza. Ah… e questa posso tenerla?» disse sventolando la foto.
«È vostra maestro. Non so come ringraziarvi… siete una persona… grande. Adorabile. Mi faccio sentire presto»
«Anche domani, se potete già...»
«Vedremo. Buon giorno.»
«Buon giorno signora. Ah, come si chiama il ragazzo?»
«Fredi»
«Fredi? »
«Sì è un nome medievale. È suo padre. Un fanatico del medioevo...» disse la vecchina sorridendo.
Quando Galliani si allontanò, era totalmente in subbuglio. L’idea d'incontrare presto colui che tanto aveva cercato gli aveva messo indosso una smania che cercò di calmare, una volta tornato in studio, con il rimirarne l’immagine e buttarne giù una ventina di schizzi.

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«Arrivata la telefonata, Linda?» chiese Galliani entrando in studio.
«No» rispose Linda scartabellando una consunta agenda «però c’è il Presidente della Fondazione Artensemble che vuole assolutamente parlarvi è la quinta volta...»
Galliani fece un gesto di disappunto: «Non voglio ascoltare nessuno, e non voglio nessun appuntamento. Quando telefonerà quella vecchia pazza?» chiese, sconsolato, varcando la porta dell’atelier.
«Maestro, se continuiamo così si accumulerà tutto… è da una settimana che rimando appuntamenti...» disse Linda esitando.
«Lo so, lo so...» sbottò Galliani infastidito «Ma non ho la testa adesso…. Devo prima riuscire a combinare questa faccenda. È di vitale importanza per me. »
Linda sospirò. Fuori l’atmosfera era grigia e nebbiosa. Qualche refolo di vento da neve scompigliava gli alberi che piovevano foglie gialle e rosse.
«Quest’anno è arrivato prima l’inverno...» disse la segretaria rabbrividendo. Galliani era sempre lì sulla soglia, indeciso. Stava guardando il plico di posta che gli era stato porto ma sembrava che in realtà aspettasse qualcosa. Improvvisamente il telefono squillò.
«Risponda» ordinò ansioso il pittore alla segretaria.
«Studio Galliani» disse impersonale questa, alzando la cornetta «Il Maestro? Glielo passo subito»
Linda fece una smorfia e annuì alla sua richiesta muta.
«Buon giorno signora» Galliani ascoltò la voce gracchiante dall’altra parte del filo. «Oggi? Siete fortunati. È appena saltato un impegno. Sì penso che per le sedici potreste venire. Sapete dov’è il mio atelier? Benissimo. Arrivederci madame» e porse raggiante il telefono alla segretaria.
Sollevato si avviò verso l’atelier: «Devo preparare tutto. Devo sfruttare al massimo questa prima sessione di posa….» disse.
«E il presidente della Fondazione?» chiese Linda.
Galliani si affacciò dalla porta: «Chiamatelo pure, adesso posso anche parlargli.»

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«Una trasfigurazione. Deve essere la trasfigurazione di un mito» diceva tra sé e sé Galliani passeggiando nel suo studio «Un modo originale di vedere le cose… un complesso mai visto…. Pittura e scultura sposate in un insieme compatto...»
Sul cavalletto c’era un grande foglio sul quale era sbozzata la scena di una battaglia. Un esercito di Amazzoni si accalcava tutto d’intorno. Al centro un largo spazio bianco. L’insieme suggeriva l’idea di epica grandiosità. Attaccata al sostegno alto del cavalletto la fotografia di Fredi.
L’interfono sulla scrivania, piena di bottiglie di colore e di pennelli, spatole e tavolozze, ronzò, rauco.
«Sono arrivati» gracchiò Linda. Galliani si diresse vivamente alla porta e si affacciò all’anticamera, dove la segretaria riceveva i visitatori. Si trovò davanti la vecchia e un ragazzino che l’accompagnava, dall’aria curiosa.
«Maestro» disse la signora quando lo vide spuntare dall’andito. Balzò in piedi e si trascinò dietro il fanciullo abbrancandolo per un braccio.
«Questo è Fredi» disse indicandolo.
Il ragazzino disse un imbarazzato: «Buongiorno»
Prima di spiaccicare parola Galliani osservò acutamente il bambino. Dal vivo era molto meglio che in foto. Gli occhi erano sottili eppure vivi, azzurri, quasi perduti tra spruzzi di efelidi. Guizzavano di qua e di là a esplorare la stanza e si posarono immediatamente sul pittore, cagionandogli un certo imbarazzo. I capelli erano castani, corti, tendenti al biondo, la bocca perfettamente proporzionata al complesso del viso. Il corpo, da incipiente adolescente, stirato eppure ben composto, aggraziato.
La vecchia guardava con una certa apprensione il Maestro, cercando di cogliere un qualsiasi segno di contrarietà nella sua espressione. Invece vide soltanto un genuino stupore che si allargò ben presto in un sorriso appuntito, quasi gioviale, il massimo che il grand’uomo potesse permettersi. La donna interpretò quel segno come un assenso: «Allora va bene il nostro Fredi per quel suo lavoro...» fece allusiva.
Galliani studiò ancora un poco il ragazzino e poi annuì: «Penso che si possa fare… quanto al compenso...» disse, forzatamente.
«Oh, faccia lei maestro. Lei sa come vanno queste cose...» rispose la donna precipitosamente.
«Mentre noi facciamo la prima sessione di posa, se… Fredi è d’accordo, lei può attendere qui.» disse freddamente Galliani e lanciò uno sguardo al ragazzo. Costui lo sostenne con altrettanta sagacia e disse pianamente: «Sì, va bene. Quanto durerà?»
«Mezz’ora, un’ora… vedremo...»
I due entrarono nell’atelier.
«Bene ragazzo, mettiti lì, davanti a quel telo bianco»
«Devo spogliarmi?» fece Fredi.
«Che cosa dici? No, per carità… Ecco adesso ti faccio vedere come ti devi mettere...»
Galliani si sistemò davanti a un grande cartone bianco. Aveva con sé due cavalletti: uno per il ritratto, l’altro per il suo Bellerofonte. Sbozzò in pochissimi istanti uno schizzo del volto, poi si dedicò alla sua opera.
«Quando sei stanco dimmelo, ti faccio riposare un poco» disse dopo qualche minuto che si affaccendava con un carboncino.
«Posso ancora stare così per un poco» disse il bambino
Galliani era perduto dietro la sua ardente fantasia. In quel momento lui era in mezzo alla battaglia di Bellerofonte e lo vedeva, giovinetto ardente, intento a uccidere una delle Amazzoni.
Dopo una decina di minuti il ragazzino disse: «Riposo»
«Va bene» rispose Galliani riportato improvvisamente alla realtà.
Fredi si avvicinò ai due cavalletti, curioso.
Guardò il suo ritratto e poi l’altro cartone, un ammasso di linee confuse dalle quali sembrava prendere improvvisamente vita la figura di un guerriero adolescente plasticamente teso nel combattimento.
Fredi rise: «Ehi, mi hai fatto nudo» disse indicando il cartone.
«Mitologia» rispose altezzoso il Maestro «lo immagini un guerriero greco vestito di tutto punto?»
«Il culo è troppo grosso» commentò il ragazzo. Galliani fu disturbato da questa osservazione.
«In che senso?» chiese.
«Nel senso che è troppo grosso. Io ce l’ho più piccolo»
Senza volerlo lo sguardo di Galliani guizzò sul fondoschiena del ragazzo, da cui si ritrasse prontamente.
«Non direi» disse stizzito «e poi non posso fare un eroe con un sedere avvizzito come quello di un vecchio» precisò velenosamente.
«Vorresti dire che io avrei il culo avvizzito?» chiese Fredi un poco offeso.
«Ma che dici? E poi io non te l’ho mica visto il tuo sedere. E non ho nessuna intenzione di vedertelo, chiaro? Vogliamo riprendere?» chiuse rapidamente Galliani.
Il ragazzino si rimise in posa. Adesso però non era più tranquillo e guardava con una certa ostilità il pittore. Dopo una ventina di minuti disse: «Basta, Sono stanco».
Galliani guardò l’orologio: « Va bene. Per oggi è più che abbastanza. Sei stato bravo. E ti posso dire che sono sempre più convinto che tu sia il soggetto adatto.»
«Anche se ho il culo secco?» chiese Fredi.
«Piantala con ‘sta storia del sedere. Il tuo va benissimo, ma se ti dà fastidio che te lo disegni più
 grosso di quanto ce l’hai, nella versione definitiva te lo rimpicciolirò. Tanto questo è solo uno studio» replicò seccamente il Maestro.
«Mi faresti un piacere, grazie» poi avvicinandosi nuovamente ai cavalletti: «Perché due fogli?»
chiese.
«Uno è per il viso. Devo memorizzarlo con molta attenzione per poterlo rifare bene in piccolo» mentì Galliani.
«Ah», disse Fredi, poi si avvicinò al ritratto: «Non mi pare molto somigliante.»
Galliani si sentì punto sul vivo: «Un ritratto non necessariamente deve essere somigliante» sibilò «Un ritratto è come il pittore vede il suo soggetto»
«E tu mi vedi così? Bella roba.» disse Fredi. Poi senza aspettare risposta si avviò alla porta dell’anticamera, dove lo attendeva la nonna.

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Da un paio di giorni Galliani era ossessionato da quella faccenda del fondoschiena.
«Possibile che uno stupido ragazzino abbia più occhio di me per le proporzioni?» diceva studiando il cartone. E più lo guardava più era portato ad ammettere che sì, in effetti, quelle natiche erano un po’ sproporzionate rispetto al resto del corpo.
«Forse, nello zelo di fare un eroe muscoloso, mi è scappata la mano...» Aveva provato a ridisegnare la figura su altri cartoni, ma la memoria sembrava tradirlo e nel patetico tentativo di ricostruire come era fatto quel maledetto ragazzino i risultati gli sembravano sempre più insoddisfacenti.
Aveva quindi accolto con sollievo la telefonata della nonna che gli avrebbe portato il nipote l’indomani nello studio. Galliani passò tutta la notte lambiccandosi il cervello su come avrebbe potuto eseguire meglio la sua opera senza dover chiedere al ragazzino di esibire inopportunamente quella parte del suo corpo.
L’indomani Fredi arrivò vestito con pantaloni larghissimi che gli pendevano da tutte le parti. Galliani si sentì mancare, così si propose di non pensarci più. Dedicò di nuovo una parte del tempo a rifinire su cartoncino il ritratto del volto e poi chiese a Fredi di assumere la posa della volta precedente.
Fredi si alzò, andò sul piccolo palco e cominciò a slacciarsi la cintura.
«Che fai?» chiese allarmato Galliani.
«Voglio aiutarti» rispose calmo il ragazzino sfilandosi i pantaloni. Sotto, aveva indossato dei calzoncini da ginnastica attillati che permettevano di intuire con una certa precisione la curva dei glutei. Galliani respirò e sorrise: «Oh, sì» disse celando l’imbarazzo «Così va meglio.»
Fredi si mise in posa  e Galliani constatò che in effetti era vero, il fondoschiena del bozzetto gli pareva adesso troppo grosso. Senza ammettere nulla tirò fuori un altro cartone e iniziò un nuovo studio più aderente alle fattezze del modello. Quando ebbe terminato Fredi si avvicinò. Studiò con attenzione la figura abbozzata e disse: «Adesso il culo va bene ma le spalle sono troppo piccole»
Esasperato, Galliani proruppe: «Con codesto maglione striminzito che ti metti addosso è chiaro che le spalle sembrano piccole»
«Trovi che mi stia male?» chiese Fredi preoccupato.
«Ma che ne so…. Certo ti stringe tutto...»
Fredi se lo tolse e rimase in calzoncini e T-shirt: «Però, se vuoi che io posi così, devi riscaldare un po’ di più, eh. Fa un freddo qui dentro»
Novembre era ormai al termine e gli alberi desolatamente secchi disegnavano sulle pareti attraverso la finestra un involuto intrico di linee scure.
«Va beh, basta così per oggi.» chiuse impaziente Galliani. Ritoccò qualcosa sul cartone e fece cenno al ragazzo di rivestirsi.
«Però il ritratto adesso mi piace» disse infine Fredi uscendo.
«Meno male che qualcosa ti va» ribatté irritato il Maestro salutandolo.
Non appena fu uscito Galliani si precipitò al bozzetto del Bellerofonte. Ridisegnò la curvatura delle spalle e indietreggiò per fissare l’opera. In effetti quel diavolo aveva ragione. Gli bastava uno sguardo e aveva la giusta percezione dell'immagine.
«Chissà se disegna?» si chiese ad alta voce. Sarebbe stato bello essere il suo insegnante. Ne avrebbe cavato fuori un artista con i fiocchi, viste le premesse. Poi ripensò al senso di irritazione che aveva provato davanti a quelle critiche di un bambino, lui, il Maestro che nessuno osava criticare.
«Meglio che non sia mio allievo. Lo caccerei dieci minuti dopo aver iniziato a insegnargli qualcosa. Sopportiamolo fintanto che non abbiamo finito e poi chi l’ha visto, l’ha visto» concluse con filosofia.
 

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Il Bellerofonte cresceva, non soltanto nella sua mente ma anche nei bozzetti. E adesso non mancava più tanto a che si sarebbe potuto dar inizio alla stesura definitiva su tela e creta, per poi diventare marmo: ché questa era l’idea di Galliani, una complessa ‘mise’ articolata su tridimensionalità e slancio pittorico. Una sorta di installazione raffinata che mettesse insieme canoni diversi: pittura e scultura fuse in un’unica opera. La figura di Bellerofonte (alias Fredi) in marmo replicata in pittura circolarmente, in modo che l’osservatore si vedesse circondato da ogni parte dalla sua presenza. Essa doveva diventare ingombrante, ossessiva, quasi come ossessiva gli era nella mente la presenza del bambino in carne e ossa che veniva ormai regolarmente due volte alla settimana a posare per lui.
Cresceva anche il ritratto e si poteva dire ormai virtualmente finito. Ma Galliani aveva timore a mettere l’ultima pennellata perché scaramanticamente aveva paura che una volta consegnatolo, la nonna non lo avrebbe più portato da lui ed egli sarebbe rimasto così, a metà dell’opera senza poter terminare il capolavoro. Vero è che aveva deciso di regalare il quadro al ragazzo, onore di cui erano stati fortunati fruitori solo un paio di presidenti della repubblica e un monarca. Ma Galliani riteneva di essere stato beneficato dal quel contatto non soltanto in virtù della presenza fisica come modello ma anche per una certa confidenza che quegli si era presa con lui e che aveva dimostrato come s’intendesse naturalmente, e molto, di costruzione d’immagine, di inquadratura, di proporzioni…. Un vero genio naturale, a tratti indisponente, moderato tuttavia dalla sua politezza, qualità assai rara in un marmocchio della sua età.
Galliani dunque teneva preziosi i consigli, le osservazioni, le battute di Fredi. Gli pareva con essi, di vedere più chiaro sulla propria opera e gli si stavano aprendo gli occhi su un universo visivo ch’egli aveva sempre conosciuto in teoria, essendoci arrivato per forza di studi piuttosto che per vocazione naturale.
Mancavano ormai pochi giorni a Natale e sapeva che avrebbe dovuto consegnare il ritratto. Si impose in quella che sarebbe potuta essere una delle ultime sedute, di terminare alfine l’opera: voleva consegnarla in tempo per il dono, augurandosi d’altra parte che per qualche avventurosa evenienza si potessero continuare le sedute. Ora egli stava modellando Bellerofonte con la creta per farne un modello in scala naturale, così come doveva essere la versione definitiva in marmo.
Non avrebbe avuto bisogno ancora di molto per concludere anche quella parte ma il tempo urgeva e così quel pomeriggio, quando Fredi sarebbe venuto, si risolse a concludere il suo principale incarico e ad andare il più avanti possibile con il rimanente dell’incombenza.
Quando il ragazzo entrò nello studio, andò subito verso il ritratto. Lo squadrò con attenzione e disse: «Sei andato avanti. Mi sembra quasi finito»
«È finito» rispose piccato il pittore.
«Io darei ancora un po’ di bianco qui e correggerei quest’ombra» disse Fredi. Galliani si accostò sbuffando e come al solito ammise che sì, quelle piccole correzioni ci potevano stare. In fondo il ritratto sarebbe stato ben presto suo e quindi…
Si apprestò a ritoccare la tela. Il ragazzo intanto si mise nella sua solita tenuta: pantaloncini e maglietta.
Il cumulo d’argilla al centro della stanza adesso stava lentamente prendendo la forma del corpo di un giovane eroe, drammaticamente teso nel combattimento.
Galliani ci lavorò su alacremente. Distese le membra, modellò il torace, scolpì il bacino e arrotondò le natiche, disegnò i muscoli tesi delle gambe con incisioni nella sostanza molle della creta che poi plasmò brevemente seguendo il naturale del corpo.
Passò quindi alle braccia, alle mani, al collo e al volto.
Dopo un’ora e mezza di lavoro siffatto, si sentì sfinito.
Crollò sulla sedia e si pulì il fango mezzo secco dalle mani con uno strofinaccio.
Fredi scese dal podietto e si accostò alla statua.
«Bello, mi piace» disse dopo averla guardata.
Galliani si sentì lusingato: «Grazie» disse.
«Ma non hai fatto il pisello» disse infine il ragazzo.
«Ehm» biascicò Galliani «è una rifinitura che terminerò la prossima volta»
Fredi girò intorno alla statua: «Sembra perfetta, questa volta è venuta bene»
«Sono contento che ti piaccia.»
«Sei bravo. Mi piacerebbe saper fare bene le cose come le fai tu» osservò il ragazzo.
«Se studi tu puoi diventare anche più bravo di me. Ti ho osservato, secondo me hai talento» disse Galliani.
«Io devo fare l’ingegnere» ribatté lui, naturale. «I miei non vogliono che io faccia l’artista»
«Hanno ragione» disse stancamente il pittore, pensando a quanti sacrifici e rinunce, e esperienze negative aveva dovuto passare lui per arrivare fin lì. Sì, un percorso più lineare, tranquillo…
«Eppure a Natale mi faccio regalare i pennelli e i colori e un cavalletto come questo»
Galliani sorrise e scompigliò i capelli del ragazzo: «Se non potrai farlo come mestiere puoi sempre dipingere per hobby. Sono tanti i pittori che conosco che dipingono per hobby. Alcuni sono bravissimi»
«Io voglio diventare un artista. Farò l’ingegnere ma poi smetterò e farò il pittore. O lo scultore. Non ho ancora deciso».
Galliani scosse il capo. «Va’, ora, tua nonna ti aspetta di là.»

===ooOoo===

Vigilia di Natale.
«Abbiamo dovuto fare questa mattina perché i suoi non possono oggi pomeriggio, vogliono che Fredi vada con loro...» disse la vecchia. Galliani fece un cenno della testa come per dire: «Venga di là»
La donna lo guardò interrogativa, poi si illuminò, si volse al nipote e disse. «Io e il maestro dobbiamo regolare una cosa. Aspettaci di qua un momento»
Nella stanzetta angusta che fungeva da magazzino, Galliani consegnò alla donna una tela impacchettata.
«L’ho già inquadrata» disse.
La donna la prese emozionata: «Maestro non so come ringraziarla…. E quanto devo pagare?» disse tirando fuori il blocchetto degli assegni.
Galliani fece un cenno infastidito: «No, no. La tenga, come pagamento per il lavoro che suo nipote sta facendo con me. Sa, non gliel’ho detto prima, ma lui mi è servito davvero come modello per un mio lavoro. E dunque, se vi va bene, questo è il mio pagamento…»
La vecchia signora sgranò tanto d’occhi: «Maestro assolutamente no… voglio sapere quanto fa...»
«E io le dico che non fa niente. Piuttosto le chiedo se posso ancora vedere qualche volta suo nipote per concludere il lavoro: credo che una o due volte basteranno...»
La donna si profuse in ringraziamenti dicendo che l’avrebbe portato tutte le volte necessarie… per carità… e che non doveva… Galliani tagliò corto e le fece cenno di ritornare nella sala d’aspetto.
Fredi stava chiacchierando con la segretaria – che lo trovava oltremodo simpatico – mentre sfogliava un catalogo.
«Hai fatto tu tutti questi ritratti?» chiese.
La nonna si affrettò a rimbeccarlo: «Devi dare del lei a chi è più grande di te» fece, tutta preoccupata.
«Non si preoccupi, va benissimo così. E… sì li ho fatti io. Andiamo?»
Fredi si avviò ed entrarono tutt’e due nell’atelier.
«Su preparati» disse Galliani e andò nello sgabuzzino a prendere una bacinella in cui era a mollo la creta.
Quando tornò, Fredi era nudo.
«Che fai?» strillò «Rivestiti subito.»
«Come fai a fare il pisello se non vedi com’è fatto?» chiese innocente quegli.
«Me lo posso immaginare, so com’è fatto un uomo, ho studiato anatomia. Rivestiti per carità...» disse Galliani sudando e lanciando sguardi allarmati alla porta che dava nella sala d’attesa.
«Poi rischi di farmelo troppo grosso o troppo piccolo. Smettila di guardare di là e copialo in fretta»
Galliani fu zittito da questa frase.
Si mise alacremente al lavoro e in breve tempo tutto fu a posto. Approfittando del fatto di vederlo così, senza abiti, ritoccò anche qua e là, ammorbidendo qualche curva delle spalle o della muscolatura della schiena e del petto.
Alla fine disse a Fredi: «Adesso puoi rivestirti. Ho finito»
Il piccolo si rivestì e poi corse a vedere la statua. Si avvicino al pube, scrutò con attenzione e poi annuì soddisfatto.
«Sì, un lavoro migliore non poteva essere fatto»
Si udì bussare alla porta.
«Avanti» fece Galliani.
La nonna di Fredi si affacciò allo studio: «Maestro potrei chiederle… non oso… non so se… potrei vedere l’opera che ha fatto con il mio bambino...»
«Si accomodi signora, prego...» disse quegli accondiscendente.
«Oh, ma è una statua...nuda» disse la donna corrugando la fronte al vedere quella meraviglia. Poi si voltò vivamente verso Fredi come a porgli una domanda per cercare una conferma.
Galliani prese a sudare. Fredi invece disse tranquillamente: «Hai visto che meraviglia? E tutto senza neanche togliermi la maglietta. Voglio anch’io diventare un artista come lui...»
La vecchina girò intorno alla statua, muta di stupore poi si inchinò davanti al maestro: «Non ho parole, maestro, non ho parole»
«È solo un bozzetto. Vedrà la versione in marmo. Ma aveva ragione lei. Un buon soggetto è la metà del lavoro» disse lanciando uno sguardo a Fredi.
Il quale annuì convinto e si allontanò dall’atelier con la nonna.
Galliani si accasciò sulla sedia, poi corse alla finestra e la spalancò.
Fuori, nipote e nonna con la tela sottobraccio si allontanavano nella via, scherzando. Nell’aria c’erano refoli di fiocchi che iniziavano a cadere.
Una melodia di Natale salì fino alla finestra ed entrò nella sala.
Galliani la lasciò risuonare mentre contemplava la sua opera, felice.