Il Volo delle Api Bianche

Anno 1212. Ventimila bambini in viaggio per una crociata senza armi a Gerusalemme.

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Memorie che io, Tibaldo da Cloyes, come Tib al-Adel, segretario dell'emiro Mashemud di Alessandria ho iniziato durante gli anni della mia schiavitù.
 
 Deus omnipotens etc. Al-iskandarjia, A.D.1232; 629 dell’era di Maometto. Notte e ora prima del giorno.


 
In questa notte d'Outremer, al di sopra dei cornicioni del Palazzo, mia malinconica prigione, guardo il cielo e non riesco a essere indifferente alla vita. Anche qui è san Lorenzo e le variabili coincidenze, come le sette sfere celesti che ruotano regolari e formano arabeschi sulla sfera armillare, disegni in cui si riconoscono le dodici costellazioni oppure i ventiquattro simboli sulle case del sole, ricordano che tutto ritorna, calcinato tra il vecchio e il nuovo. Guardo me, oggi, già vecchio a trent'anni e oltre, eppure mi vedo ragazzo, uomo nel pieno del vigore e confronto questo corpo dal quale sono appartenuto con quello degli schiavi che ornano il mio studio. La giovinezza intagliata nel loro volto somiglia alla mia quando, schiavo, arrivai in Outremer, dopo aver iniziato il Santo Viaggio della Crociata, insieme ai ventimila bambini di Stefano di Cloyes nel torrido Agosto dell'anno del Signore 1212, anno 609 dalla fuga del Profeta.
Nel Mezzogiorno della Francia regnavano il sole della canicola, la santa lotta contro la setta degli Albigesi, Filippo II l'Augusto, conte di Hainaut, e alcune molte voci. Cominciai a sentirle, o meglio cominciammo a sentirle, le voci, durante la processione che il Vescovo Ademaro indisse per spingere gli animi alla battaglia contro il male. Fu uno strano tempo quello, il tempo della mia giovinezza e della fanciullezza dell'umanità: riuscivo a trepidare per le parole dei vagabondi che attraversavano la campagna predicando un Dio di voci, appunto, o di parole incise su pergamene. Schiere di uomini e donne devastati dal vaiolo attraversavano i nostri boschi, riempiendo di mormorii e di paure le spianate tra gli alberi. Lì un sole leggero riscaldava i resti di un fuoco o l’erba calpestata in tondo come per un sabba di streghe, ché streghe e demoni ci parevano allora veramente quei miserabili di Dio. Immaginavo d’essere uccello e di volare sopra i loro capi e di vederne i gruppi avanzare in cerca di donne da depredare e di ragazzi da assassinare. Eppure da quell’altezza mi pareva di trovare un sincrono tra il loro peregrinare senza meta e le voci che sentivamo noi, pastori di Cloyes, altrettanto e forse più miserabili. Perché il suono di cui erano impregnati i cespugli, divino senza dubbio, pareva accordare musicalità incerte come i sonagli delle danzatrici che anni dopo avrei sentito nelle feste di Palazzo mescolate ai fruscii del deserto. Di granello in granello si scomponevano in eco innumerevoli - queste sì vere e non presunte - di spiriti viaggianti persi tra le dune. La sinfonia ci ammaliava e dietro quei vagabondi sozzi di delitti, noi ragazzi avvertivamo un impulso selvatico che ci solleticava i sessi.
La clessidra ad acqua donatami dall'emiro segna l'ora del silenzio, eppure so che questa sera non andrò a dormire, e inseguirò qualche sussurro dappresso a uno di quei tormenti che giungono sempre più spesso a molestarmi. Il mullah di palazzo sta per invitare alla preghiera: ora stenderò il mio tappeto verso oriente e mi prostrerò al Sole nascente, incerto se sia Cristo oppure la kaaba della Mecca, ma tanto che importa? In me sono infusi insegnamenti di grado diverso e non so più che cosa sono io, se musulmano o cristiano, se eretico oppure ortodosso. Immagino le ire della Moschea se queste carte giungessero a un salotto di lettura, eppure so che anche Mashemud, l'emiro, nelle veglie delle nostre confidenze non sa, come me, trovare un capo ai propri pensieri. Egli, ispirato dalle voci, diverse, più secolari, forse, per il deserto conosciuto nell’infanzia, ha un giorno comprato una partita di schiavi che due mercanti di Francia, Ugo Porcus e Gugliemo Ferro offrivano sui mercati di Bougi. Tra quei ragazzi cristiani, adolescenti, crociati, che interpretavano come un volo di api bianche il Santo Viaggio della penitenza e della riconquista, c'ero anch'io, per mia stoltezza, per mia illuminazione, per mia fortuna, per mia umiliazione.
E' comparsa la luna: l'intreccio dei rami lunari nel palmeto ne nasconde l'immagine lucente sulla pienezza argentea della terra. La luna è il principio di tutte le voci che si rincorrono tra gli alberi, tra i berberi, i contadini dei villaggi e le corti dei re. Bisogna avere un orecchio raffinato per cogliere le sfumature delle nenie lunari. Non è sempre facile discriminare le voci degli spiriti buoni e quelle delle streghe; le voci dei soldati accrocchiati intorno al fuoco e quelle dei mercanti che ingigantiscono ogni evento trasformandolo in leggenda. Solo alcune storie si conservano: in esse vivono gli aliti di tutti quelli che le hanno raccontate, basta che una qualsiasi gola decida di rendere suono uno di quei sospiri attraverso i quali i fatti rincorrono gli esseri umani. Non si dice invano "In quel tempo..." o "Vidi allora...". Se io pronuncio "In questa notte d'Outremer..." posso risvegliare la piena del ricordo che mi riporta alle greggi di Cloyes, agli occhi di Stefano visti nella fiera di san Lorenzo per la prima volta e ai miei incubi notturni sdraiati nel fienile.
In quel tempo lontano, mescolato ai gemiti delle pecore e delle capre, vedevo e meditavo tutto ciò che avveniva. Il pascolo erano i prati di Gourgan, la foresta della Yerre, il podere comune di Langey.
Sotto il noccioleto del Boisgasson, una distesa di onde erbose, mi ero fatto una tana di foglie simile alla nicchia del fieno dove scempiavo i meriggi. Mi seppellivo nel suo abbraccio, lasciando solo una fessura per spiare il gregge. Lì, giocavo la mia parte con la fantasia dei bambini, miriadi di pastori che popolavano la collina e rincorrevano le talpe nelle tane masticando il filo dolciastro e acidulo dell’erba dei rospi. Li guardavo, gli altri ragazzi, che si nascondevano in fondo ai ritani fino a quando al tramonto ammattivano per rincorrere le pecore e gli arieti sparsi tra i campi. Qualche volta me ne andavo con un altro pastore e mi dicevo che il tempo per le fantasie presto sarebbe finito. Il più delle volte ero solo. Allora giravo per nidi e al tramonto anch'io indugiavo disperato su e giù per i prati.
Gli unici che non sentivano nulla erano gli animali. Le pecore con i loro agnelli seguivano semplicemente gli arieti nelle loro esplorazioni. Ecco perché Cristo è divenuto Agnello per il sacrificio: è innocenza camminando senza futuro. Trovo una sorprendente coincidenza tra il loro stato e il nostro di api bianche. Anche noi abbiamo volato prive di orizzonti. E in fondo questo è il sacrificio di ogni crociato. O Strada Eterna! Tu ti snodi sotto gli adorabili piedi di colui che annuncia la tua venuta con la sua morte. Sentinella della notte, grida e contrasta il leone che ruggente viene.
Avanti, solo, un agnello urla per richiamare il pastore, il guardiano dell'ovile che sbarra con la sua verga l'accesso ai maligni, ma che vuole le pecore tutte e non solo quelle grasse e pasciute ai margini del tempio. Invece per quelle raminghe come noi, lasciate a morire ai cigli delle strade, il premio è doppio perché il Paradiso è l'unico vero ovile al quale anelano tutte le greggi del mondo.
Là si arriva per una traccia di sassi che somiglia a un viottolo ben conosciuto. Di quel ragazzo ch'ero io, cristiano e piccolo ancora, ricordo gli odori di stalla e i velli grassi intrecciati. Non importava allora dormire tra gli armenti. Proprio nel momento del dormiveglia, il cuore prendeva a scaldare e la mente celebrava suggestioni carnose.
Quando l'occhio si avvicinava alla mangiatoia, se si faceva scorrere il dito nelle pieghe del legno, corroso dalla saliva e dal sale, se si tuffava il capo nel sacco delle granaglie coagulate in grumi di farina e vermi, si sentiva l'aroma delle uova di falena dentro la trama della juta. Si sbriciolava il sogno del sole nell'avena marcita, poi digerita dalle bocche delle tarme; si riempivano le narici di un pulviscolo di crusca. Il capo riemergeva, gli occhi lacrimosi, e ricompariva il guardiano notturno, l'angelo diniegante, mentre il diavolo rideva attraverso i soffi delle capre e il baluginio delle loro pupille geometriche, senza espressione.
Quello era l'istante in cui l'occhio capiva i ricami dei tarli, simili ai merletti che ritagliano le finestre del Gran Muftì (ma chi conosceva allora il Muftì, dolce ignoranza che intravvedeva l'Outremer solo attraverso il sogno al tramonto, sul limitare del sole) e si perdeva nei caratteri cufici scavati dalle larve. La pagliuca di fieno sporgente tra gli incastri del legno, ricoperto di strame, diveniva il ramo contorto di una marruca strappata al volo nel meriggio estivo mentre nudo me ne correvo di stagno in stagno insieme alla torma di pastori, bimbi come me, per cercare algore e libertà. Ogni volta che i piedi lambivano le fangaie orlate di pioppi e i corpi s'attuffavano nel brago, eravamo il conte d'Andras, quello del menestrello e del gatto dagli stivali che si guadagnò la fama del re coll'essersi presentato senza vesti a lui, a reclamare cibo e ospitalità.
Posato nel fieno, intossicato dal profumo delle erbe cotte dalla canicola, gli occhi si facevano scuri, i confini delle cose vacillavano, gli aromi delle gramigne divenivano profumi di banchetti; gli odori delle infiorescenze di mentuccia erano spezie d'Oriente; le foglie di garofani campestri, fragranze celesti. Un viaggio allora mi si presentava: era forse il presentimento del Grande Viaggio, quello delle Api bianche. Vedevo sciami di mosche e zanzare e vespe avanzare di terra in terra, posarsi e coprire i tetti di paglia delle case e le guglie dei campanili, scendere tra la gente a chiedere carità. In alto però rimaneva sempre un ronzio di api bianche, rigorosamente schierate, soldati di Dio abbagliati nel fulgore. Esse non si stancavano mai, trasparenti di luce, di volare e di spronare. La massa degli insetti ronzava nell'estate del sogno, cadeva nella lunga corsa d'inverno, ma mai cedeva, non un’ape moriva, tutte protese con forza alla città del Sole eterno, barlume di quella celeste con i tetti di diaspro.
Mi rigiravo nel fieno per scacciare l'inquieta e straziante visione. Inquieta, per l'oscurità della notte: le Api bianche abbuiavano il sole con il loro volo; straziante, per la pena struggente della loro fissità: salivano come vittime nel cielo, fino al calore crudele e combustivo.
Strillavo allora e mi destavo scompaginando la coltre di fieno. Sudato, mi sedevo e cercavo di usare le stelle che campeggiavano dall'opercolo del fienile per misurare il mio tempo. A ben pensarci ora, mi accorgo che tutto era stabilito e che se avessi ben interpretato quelle paure, forse il grande viaggio per me sarebbe anche potuto essere uno scambio di luoghi immaginari. Ma chi si oppone al volere del Profeta? Una delle api bianche, nelle visioni, veniva verso di me. Atterrito, fuggivo. Ma l'ape con determinazione mi seguiva e ingrandiva.
Nel delirio normale e quotidiano attraversavo così i boschi colmi dell'alito serotino: vedevo di lontano la casa, tetti di paglia nello squarcio selvoso insieme a campi; il rantolo dei cani, le urla dei ragazzi cenciosi, i cieli lontani inannellati di rosso liquescente. Forse non erano le nuvole a stringere le dita sul mio sonno e neppure la coscienza della bestia ch'era in me, sanguinaria nelle lotte con i miei pari, rassegnata nel subire le vergate dei grandi, ma sorda nei sogni che uscivano dagli occhi quando appena alzavo il capo a guardare tutto ciò che potevo vedere: il mondo era l'affresco e io la pennellata vicino a una sorgente; ma proprio quella macchia poteva essere cancellata senza danno, e io volevo cancellare l'immenso che opprimeva la mia povera piccolezza da villaggio.
Al di là delle montagne c'era l'Outremer, vagheggiato nelle stalle durante i racconti della vigilia, fragranza di paglia contaminata di vino e del sudicio delle carte da gioco. Quel percorso di figure, e donne e bastoni, erano i casi degli indovini, le speranze della vita, le ubbriacature, le visioni, le guarigioni, le persecuzioni, gli incontri.
Spesso ad agitare questi miei incubi veniva la Franse, una vecchia rugosa, a mezzo maga e jella, lo sguardo ravvivato appena da una fiamma che saettava nel lume degli occhi; vero spirito di demonio attraverso il suo spettrore. Tutti ne sapevano la stregoneria, ma a Cloyes chi altri conosceva i segreti delle erbe? E così l'anima disgraziata quadrellava con due spaghi un misero circolo magico e si proteggeva dalla corda e dal rogo con una mansuetudine sinistra.
Franse divorava il mio spirito e i miei personali tremori. Il suo zigomo s'incurvava in smorfia quando posava gli occhi, tizzoni febbrili, sul mio corpo e ne inceneriva le pazzie. Le carte cadevano, sdrucciolavano sul tino crostato di cera e mosto, i fanti si agitavano allo squillo delle trombe del destino, le regine annuivano, i re diniegavano e il mazziere degli arcani, lei, la morte scheletrica, occhieggiava in mezzo a tutto. Era il presente del richiedente, del mortale, a ridere attraverso le occhiaje vacue della gran Signora. Franse godeva del terrore contadino: appesantiva il segno con pronostici vaghi, neri per il venturo avvenire.
Mi rannicchiavo allora nella tana di fieno, un uragano nel cuore, nella fantasia ancora gli Arcani legati alle entità degli astri visti, attraverso il foro del pagliaio, nella loro impalpabile insensatezza.
Dormivo sperando di non udire il gorgoglio della vecchia, riparavo gli squarci con quadri di campi e sentieri a me familiari: il bosco, la grotta dov'era nascosto un tesoro di noi ragazzi, la cava. Lì, nei pomeriggi d'estate, al sonno dei cavapietre erano d'eco i nostri giochi, le chiacchiere, le confidenze, l'intimità d'una banda tra sterpi.
Proprio qui, invece, nella terra d'Outremer, ora, mi sovvengono le stranezze e le fantasie di Cloyes. Rivedo i carri di paglia trainati da buoi e seguiti svogliatamente dai carrettieri vestiti di lana cruda; ascolto qui, tra le voci dei grilli allevati dagli schiavi dell'emiro, quelle dei grilli nascosti nei botri di Francia; catturando le anguille nella pescheria della fabbrica di palazzo, sento le scaglie dei pesci di stagno sfiorarmi la pelle.
Udendo l'ultimo richiamo ambulante del venditore sotto la finestra arabescata del mio studio, riemerge la voce del salaccaio che per un soldo offriva sulla piazza carne di pesce conciata nel sale; e quel sistro nelle stanze proibite dell'harem, nido di fantasia d'amore, sì, proprio quel sistro è il tinnio udito nell'agosto dell'anno 1212, appena fuori Cloyes: un pastore, Stefano, chiamava a raccolta il gregge, Cristo reincarnato in una pergamena gialla di polvere; con segni vergati da mano incolta ma piena della luce di Dio, la stessa che rutilava dal volto dodicenne di bambino o ragazzo aperto alla pubescenza e al richiamo d'Assoluto.
Incontrai gli occhi di Stefano dentro la mischia della fiera di San Lorenzo. Adoravo i venditori di chincaglierie dietro i loro banchetti. Le dame dai grembiali chiazzati di olii piegavano gli sguardi per cercare giovinotti formosi e mercanzia d'Outremer. Eccola di nuovo la tristezza dolce della terra lontana: in quelle foglie disseccate, nei legni intagliati, negli aromi regali del pepe, della cannella, del cinnamomo, tra i petali del garofano, dentro le stelle dell'anice, tra le polpe del sambuco e i grani d’incenso raccolti in cartocci di foglie. Dentro quelle mercanzie, dicevo, si mescolavano alle grida dei venditori i gemiti degli schiavi d'Arabia. I vecchi ci portavano per mano tra i carretti e in ognuno di quegli sfregi sui cerchioni delle ruote c'era un agguato di briganti oppure il fuoco degli assassini tra le montagne di Siria. Tutto si mescolava alle fragranze della cassia. L'aria era così una preghiera, simile agli effluvi del Paradiso, giardino dell'olfatto più che beatitudine dell'anima. Erano quei cenci dei venditori a stregarci, quasi come le rughe della Franse. Là c'era il saltimbanco, qui un mangiatore di fuoco. Un giocatore nervigno, seduto sopra una zucca secca, invitava un vecchio o, peggio ancora, uno di noi ragazzi a perdere al gioco delle quattro conchiglie. La Chiesa di S. Lorenzo, nel pomeriggio, si chiudeva e rigettava i mercanti del tempio mentre noi non sapevamo come fare per guardare tra le tende di un certo carro sul quale si affacciava un palco di teatranti. Passavamo tra il venditore di mirtilli e il cestaio e strisciavamo sotto le finestre di legno dipinto per sentire le attrici che strillavano e si prendevano per i capelli. Non sapemmo mai se fosse parte di finzione scenica o di vera pantomima. Per noi mezzi bambini, mezzi uomini lo spettacolo non era attraente per i soli seni nudi: anche per quello ma soprattutto per il confronto tra il corpo migrabondo delle attrici e quello, spiato tra le cortine del letto, sciancato, delle femmine contadine. E poi c'erano gli occhi di quelle baderle - che erano dee -: ritagliati tra le ciglia si muovevano e muovevano i fremiti della nostra pelle innocente scavandoci, quando ci scrutavano, giù giù per il petto fino al pube. Arrivati lì si arrestavano e ridevano di malizia e di disprezzo. Scappavamo e i raggi di quelle pupille ci inseguivano, ci scaricavano addosso ortiche e spine di vergogna. Quegli occhi si incrociavano poi con quelli vani di Franse che si trovava ovunque ci fosse da abbuiare qualche spiraglio di libertà. Ed ecco che ora, nella mia memoria, gli occhi di Stefano, delle baldracche da teatro e di Franse si congiungono e divengono gli occhi di Dio, quelli dipinti sull’abside della Chiesa di Cloyes, l'antica casa di Notre Dame d’Yron, conosciuta dal popolo come Nostra Signora delle Lacrime. Su tutto però prevale la luce purissima del verde impellicciato di nero, simile al mare estivo, che apparteneva all'iride del messo di Dio. E' inutile scacciare quell’impressione: neanche più tardi quando vidi Stefano livido, adagiato sulla spiaggia di San Peyre, l'occhio spento, neanche quel ricordo, mi aiuta ora ad allontanare la sensazione che non fosse stato proprio quel colore, insieme forse al taglio orientale del suo sguardo, a convincermi a diventare ape bianca.
Stefano era seduto sopra un carretto trainato da un asino. Lo guidava un frate rattoppato, sudato e sconciamente irsuto che trascinava per la cavezza un animale pieno di chiazze sanguigne. Eppure lui, il Messo di Dio, superava la pietosa scurrilità delle stanghe dipinte in rosso e del sedile di paglia. Non saprei dire con certezza che fosse bello, Stefano. Eppure lo vidi asperso. Era una libellula fuoriuscita dall'involucro, si era dispogliato del lezzo ovino anche se consumato in esso, un cavallo di razza che aveva trovato il volo, tutto scritto in tre o quattro righi di pergamena. Quando i nostri sguardi si incontrarono sentii un singolare turbamento e fui costretto a gettare il volto a terra. Seppi più tardi che Pietro e Cristo si erano conosciuti così, il Messia guardando, Cefa prostrandosi. E per me quello fu l'incontro con Cristo. Adesso capivo perché i cinquecento, i seicento fanciulli posavano le greggi e seguivano la processione, era l’Occhio del profeta che scrutava inconsapevole l'anima e vi traeva verità, la VERITÀ, la trasportava nelle regioni angeliche e la proiettava nell'Outremer, nell'inosabile, tuffandovi tutta la nostalgia di cui l'acerbitudine corporea era capace nel fantasticare di Vegli e di uomini con tre teste sul petto.
Divenimmo gregge. Il sogno dell'ovile si era compiuto. Quella notte di San Lorenzo ritornai al villaggio con il capo in fiamme. Avevo l'anima piena di Stefano e di Cristo, arso d'amore e desioso del Santo Viaggio. Ricordo con pienezza il sentiero notturno per andare da Cloyes al villaggio. Annottava e gli ultimi raggi del sole porgevano una chiarìa marina di zaffiro, color acqua scura. Il passo si snodava tra le sterpaglie della terra di Francia. Udimmo lo scampanio di un gregge sotto un roccione concavo male illuminato accosto all'acciottolato. Le strade di Cloyes erano di pietra scabra e disuguale. Il piede scivolava sui sassi, pronto a sentirne il solletico sotto le piante. Andavamo scalzi, appena abbrividiti dall'aura della sera. Alzammo il capo e ci fermammo. Il tintinnabolìo dei ciocchi di legno riverberava quelle arcane volte. Gli alberi si protendevano a galleria sopra il cielo e lo racchiudevano con la secolare prosopopea della terra di Blois. Le pecore divennero voci d’un mondo altro, sì, quello di Outremer. Estatici, cademmo in ginocchio. Non bastarono le leggende degli gnomi che popolavano i recessi dei boschi a farci desistere dall'implorazione. Il profondo pagano riemerse e ci gettammo tra le braccia di quella illusione per ricavarne luce e vettovaglia adatte al santo viaggio. Non erano più le greggi solitarie che ronzavano attraverso la roccia, ma le incudini e i martelli dell'oltretomba, fucine piene di nani guerci, deformi, cugini del demonio, intenti a tessere le ragnatele del male per catturare i crociati e tutte le sante api, noi, che fantasticavano sul viaggio. Per questo cedemmo: le voci si trasformavano in belati: erano le anime dei pellegrini perduti, attardati sul ciglio delle strade a osservare con bramosia le seduzioni del corpo, erano i cavalieri schiavi della loro lussuria, erano i truffatori straccioni che seguivano le carovane dei principi in terra santa, cenciose nullità che alimentavano stragi di giudei o eretici, comunque infedeli. Non noi: quelle voci, quei rantoli che attraverso i suoni delle campanelle intuimmo di udire, ci ammonivano. "Il Santo viaggio è conversione. Ciò di cui sono capaci i fanciulli, i puri di cuore: non lo può fare alcuno". E fu proprio allora che esplosero le fanfare celesti. E' il ricordo vivissimo di un tuono in aperta campagna, un fulmine che ruppe nubi livide attorno alla luna: lo smeraldo del cielo divenne acquamarina e giglio dorato si riversò su noi: un fanciullo di incomparabile bellezza, il Salvatore, scese e ci benedisse. Con voce angelica disse: "Venite a me voi tutti. Venite nella mia città celeste. Là non ci sarà più sofferenza e terrore."
La visione paralizzò il mio respiro e l'estasi finì. Il liquido della luce svanì fino a fondersi con le ombre della stella di Vespero. La falce della mezzaluna, triste e gloriosa mezzaluna che ho poi visto tante volte garrire sugli stendardi del mio signore, Mashemud, riemerse dagli stralci di nubi, portata via dalla brezza notturna, un brivido, e la notte impiombò nuovamente il catino celeste.
Più nessuno parlò, fino al villaggio. Il tempo dell’esaltazione che alleggerisce i sensi serali terminò e lasciò il posto alla quotidianità della notte. Le stelle a miriadi imbottivano il cielo. Una pioggia di comete inargentò il nostro rientro. [...]